Ristoranti e bar in zona rossa o arancione: servizio al tavolo consentito per i lavoratori!

Convertirsi in mensa aziendale per tenere aperto in zona rossa è possibile? Ci sono diversi casi riscontrati in Lombardia. Questo è possibile e lecito!

Di questi tempi, a qualcuno di voi sarà capitato mentre la Lombardia era in zona rossa (o arancione), camminando in città, di vedere ristoranti aperti a pranzo con clienti seduti al tavolo. Qualcuno si sarà lamentato su Facebook o avrà pubblicato foto scattate a questi ristoratori che si fanno beffa dei regolamenti e dei decreti.
Dopo aver letto questo articolo forse eviterete certi commenti e certe critiche perché potreste fare una magra figura.
È vero che il DPCM 3.11.2020 ha stabilito la chiusura di tutti i ristoranti, bar, gelaterie e pasticcerie nelle zone arancioni e rosse. Tuttavia possono rimanere aperte le “mense”.

Analizzare il DPCM

Il DPCM del 03.11.2020, recante “Misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica del COVID-19“, prevede particolari misure di contenimento applicabili alle regioni classificate rosse o arancioni, ossia con “elevata” e “massima” gravità.

In particolare gli articoli 2 e 3 del citato DPCM prevedono, per le zone arancioni e rosse, la sospensione delle attività di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie e pasticcerie) ad esclusione “delle mense e del catering continuativo su base contrattuale”.

Lo scopo del provvedimento è quello di limitare gli assembramenti e conseguentemente le possibilità di contagio, quindi non è più possibile andare al ristorante per il semplice gusto di stare in compagnia. Rimangono così aperte solamente le mense, le quali devono garantire ai lavoratori, soprattutto quelli che non lavorano vicino al proprio domicilio, di consumare un pasto caldo nel corso della loro giornata lavorativa.

Che differenza c’è tra ristorante e mensa?

La differenza sostanzialmente sta nel codice ATECO; codice che rappresenta la classificazione delle attività economiche in base all’attività svolta. Questa tipologia di classificazione adottata dall’Istituto Nazionale di Statistica italiano, serve, generalmente, per le rivelazioni statistiche nazionali di carattere economico. Dunque ogni codice  corrisponde ad una specifica attività economico-produttiva.

L’attività di “ristorante con somministrazione” corrisponde al codice ATECO 56.10.11, mentre l’attività di “mensa” corrisponde al codice ATECO 56.29.10. Evidentemente due codici di attività diversi tra loro, ma la legge, di fatto, non si prende carico di fornire una esaustiva definizione del concetto di “mensa aziendale”.

In parole semplici: la mensa aziendale è quel luogo organizzato direttamente dal datore di lavoro, oppure gestito da terzi, dove viene somministrato il vitto ai lavoratori; il ristorante, è l’esercizio dove vengono somministrati cibi e bevande a chiunque sia disposto a pagare il corrispettivo richiesto.

Dunque, da un punto di vista formale, sembrerebbe che il DPCM 3.11.2020 consenta solo ai possessori di codice ATECO 56.29.10 di rimanere aperti nelle zone arancioni e rosse, ma questo formalismo genera inevitabilmente iniquità.

Non tutte le aziende sono dotate di una mensa interna e, pertanto, molte sono costrette ad avvalersi di attività esterne all’azienda stessa. Creando questa disparità si rischierebbe di mettere i lavoratori, le cui aziende sono prive di mensa interna, nell’impossibilità di consumare un pasto caldo, e soprattutto al caldo, in quanto tutti i ristoranti nei pressi del luogo di lavoro devono restare chiusi in applicazione del DPCM in vigore.

Bar o ristorante: possono fungere da mense aziendali

Il ragionamento ora ricade sul fatto che un comune pubblico esercizio, bar o ristorante che sia, nel caso in cui si limiti a fornire il vitto ai lavoratori, svolgendo di fatto la stessa attività delle mense, possa rimanere aperto nonostante la l’attuazione del DPCM e fornire il pasto ai soli lavoratori.

Autorevoli argomentazioni, a supporto di questa tesi, sono rinvenibili nelle Circolari del Ministero delle Finanze n. 326 del 23.12.1997 e n. 188 e del 16.7.1988. Le summenzionate circolari includono nel concetto di mensa aziendale non solo le somministrazioni di vitto in mense organizzate direttamente dal datore di lavoro, ma anche le somministrazioni di vitto in mense che siano gestite soggetti al di fuori dell’azienda.

Il Ministero delle Finanze, nella richiamata Circolare 326/97, appunto cita “tenuto conto della nuova formulazione della norma, è opportuno precisare che tra le prestazioni di vitto e le somministrazioni in mense aziendali, anche gestite da terzi, sono comprese le convenzioni con i ristoranti

Infine, anche l’Agenzia Entrate, con la Risoluzione n. 63 del 17.5.2005 conviene su quanto detto prima, estendendo addirittura anche ad ogni bar e ristorante, munito di convenzione con i datori di lavoro, la qualifica di “mensa aziendale”. Il principio resta valido anche nel caso in cui siano direttamente i lavoratori a pagare mediante mezzi propri.

Pranzo al caldo anche per i lavoratori autonomi

Considerando le fonti citate precedentemente possiamo in definitiva affermare che un pubblico esercizio che fornisca vitto esclusivamente ai lavoratori possa essere equiparato ad una mensa, qualora venga stipulata un’apposita convenzione. Non solo, la somministrazione sarebbe consentita anche ai lavoratori autonomi purché in possesso di partita IVA, i quali, per ragioni di lavoro, si trovino impossibilitati a consumare un pasto in mensa o rientrare al proprio domicilio.

Sfogliando diversi organi di informazione online, si trovano vari esempi di ristoranti e bar che si sono, durante questo eccezionale periodo, “convertiti” in mese aziendali.


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L’assurda divisione dell’Italia in Regioni colorate

La situazione dei positivi in tutta Italia pare non essere chiara e molti cittadini sollevano il dubbio che l’assegnazione dei colori non rispetti i dati reali sull’epidemia

La recente firma del DCPM del 14 gennaio ha destato non pochi dubbi sull’assegnazione delle fasce di rischio delle rispettive Regioni. In molti si domandano il motivo per cui alla Lombardia sia stata designata la zona rossa quando i dati nazionali suddivisi per Regione lascerebbero intendere altro.

La situazione in Lombardia

La Lombardia è stata etichettata come “zona rossa” in base al famoso indice R(t), ovvero l’indice calcolato in base ai dati raccolti dalle varie ASST territoriali e convogliate al centro di raccolta dati. Da quanto si evince dai dati stessi e dalle dichiarazioni pubbliche del Governatore della Lombardia, tale decisione sarebbe però discutibile: secondo le informazioni in possesso da Regione Lombardia i dati utilizzati per il calcolo sarebbero del 30 dicembre e non del 16 gennaio.
Attilio Fontana stesso ha comunicato, in una intervista rilasciata il 16 gennaio alla trasmissione Pomeriggio Cinque, che la Regione si opporrà, facendo ricorso al TAR del Lazio, contro la decisione presa dal Ministero della Sanità.

Lombardia a confronto con altre regioni

Ad avvalorare la tesi che la gestione dei dati ed il calcolo dell’indice (Rt) non siano così attendibili si aggiungono i numeri stessi dei contagi in altre Province e Regioni d’Italia.

L’Italia a confronto: a sinistra le Regioni colorate dal Governo, a destra le Province colorate da GediVisual

Dai dati pubblicati dall’osservatorio GediVisual possiamo agevolmente far notare alcuni esempi.

La Provincia di Roma, che conta 4.253.314 abitanti, ossia  il 73,89% della popolazione dell’intera Regione Lazio, è la Provincia con il tasso di positivi più alto d’Italia, con ben 1.282 nuovi positivi. Tuttavia il Lazio, che il 16 gennaio contava un totale 74298 positivi, ovvero l’1,27% sulla popolazione, rimane in “zona arancione”.

Spostandoci in Campania, nelle stesse 24 ore, si sono registrati 1.132 positivi, (592 solo nella provincia di Napoli, la quale si vede in una situazione peggiore alle province di Milano e Torino). Sommando il totale dei positivi delle altre Province campane, otteniamo un totale di 74066 positivi, ovvero l’1,30% di positivi sulla popolazione totale. Eppure accolta in “zona gialla”.

Anche il Veneto non è in una situazione felice: sempre il 16 gennaio, la Provincia di Venezia ha registrato 456 nuovi casi raggiungendo un totale di 47.039; per quanto riguarda invece tutta la regione Veneto i nuovi casi sono stati 1929 che, sommati agli altri, portano il Veneto ad un totale di 72371, quindi il rapporto tra positivi e popolazione è dell’1,48%. Questo dato però, secondo il Governo, permette alla Regione Veneto di essere “zona arancione”.

Infine, prendendo i dati della Lombardia, attualmente “zona rossa”, notiamo che i nuovi casi della provincia di Milano il 16 gennaio erano 729, con un incremento regionale di 2134 nuovi casi, che portano il totale dei positivi in Lombardia a 57998. Facendo il rapporto sulla popolazione, che ricordiamo essere la più numerosa a livello nazionale, la percentuale di positivi sul totale degli abitanti è uguale allo 0,58%.

Dati “sporchi” e problematica del “ritardo” nel calcolo dell’indice R(t)

In definitiva, alle regioni vengono assegnati i tre differenti colori in base a questo misterioso indice R(t), che può però essere calcolato con diversi algoritmi, e risultati matematicamente corretti, ma completamente differenti.

Carlo Cottarelli e Giulio Gottardo nella loro analisi, pubblicata sul sito della Università Cattolica il 18 novembre scorso, spiegano che “c’è un problema che riguarda “il ritardo” delle stime dell’Rt. Ragionevolmente, l’ISS utilizza dati “consolidati” sul numero di contagiati. Il consolidamento consiste nel correggere i numeri dei nuovi casi (sintomatici) per tenere conto di tutte le particolarità nel tempismo della loro registrazione e comunicazione. Inoltre, da questo totale si sottraggono anche i cosiddetti “casi importati”, per evitare di gonfiare erroneamente l’Rt di una regione (o del paese intero). Queste operazioni di consolidamento ed esclusione richiedono diversi giorni, facendo sì che l’Rt disponibile sia al massimo quello della settimana precedente“.

Il fisico Giorgio Sestili spiega che “il calcolo dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare utilizza una formula più classica, rispetto all’ISS, considerando la totalità dei casi e dei guariti, ma genera una sovrastima perché il dato dei guariti è molto sporco, con percentuali che variano da regione a regione; calcolando i soli sintomatici l’Iss elimina il rischio di una sovrastima, ma ottiene una sottostima”.

Recentemente si legge inoltre su diverse testate nazionali e pubblicazioni scientifiche che alcuni esperti hanno messo in dubbio l’affidabilità dei dati utilizzati per il calcolo del cosiddetto “indice Rt, presentando diversi problemi, dovuti alla qualità dei dati utilizzati per calcolarlo.

Dall’Rt alla logica del Governo

Al di là delle complesse formule matematiche, ogni persona dotata di un minimo di intelletto capirà che nella provincia di Milano i casi siano più significativi che nella provincia di Isernia, semplicemente per via della popolazione e soprattutto della densità di popolazione della prima rispetto alla seconda.

Quello che il Governo non sta invece calcolando nella maniera più assoluta, è l’incidenza e le conseguenze sulle attività commerciali e produttive. Una valutazione dei dati sommaria sulla quale si basano DPCM disordinati, con repentine variazioni che gravano, con perdite di introiti, a commercianti ed imprenditori. Una sequenza, che dura da ormai 10 mesi, di chiusure forzate che poi, forse inaspettatamente, non danno i risultati sperati. In molti, alla luce dei dati pubblicati da diversi enti, iniziano a chiedersi il senso logico dei continui atti amministrativi, senza valore di Legge, con cui il Governo vorrebbe salvarci dalla pandemia.

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Stesso settore merceologico, chi resta aperto e chi chiuso?

La confusione sulle aperture e chiusure di negozi e centri commerciali regna sovrana ai tempi del Covid: non solo per i clienti, ma anche per gli stessi esercenti

Nell’ultimo mese è capitato di notare che nei fine settimana e nei prefestivi alcuni grandi negozi, sebbene vendessero prodotti considerati di “prima necessità” dalle restrizioni imposte dal Governo, siano rimasti chiusi. Il fatto che però incuriosisce è che, spostandosi ad altre realtà dello stesso settore merceologico, si trovassero attività aperte. Esempio lampante: negozi di attrezzature e bricolage.

Constatato personalmente, il 7 di dicembre recandomi al Bricocenter di Olgiate Olona, per cercare un ricambio a causa di un guasto a casa, l’ho trovato chiuso. Pensando ad un probabile problema tecnico, considerato che le luci erano accese ed il personale al lavoro, mi recai al BricoIo di Verghera: regolarmente aperto. Parlando con un amico ebbi poi conferma che anche il colosso Leroy Merlin quel giorno era regolarmente aperto al pubblico.
Da lì a qualche giorno tornai per altri acquisti al Bricocenter ed il personale mi disse che avevano provato di tutto, ma era stato loro vietato di tenere aperto nei fine settimana e nei prefestivi da lì al 6 gennaio.
Il 6 gennaio è passato ed il divieto, pare essere stato prorogato per tutto il mese di gennaio 2021.

Ricordiamo che questi negozi vendono articoli che sono considerati di prima necessità: componenti per le riparazioni domestiche, materiali di consumo, prodotti per pulizia e disinfezione, e non ultimo il pellet, che per molti è ormai il combustibile primario per il riscaldamento domestico.

Il problema delle isole commerciali

La risposta ufficiale che viene data dal personale del negozio è che, quel negozio, come altri della catena, si trovano in un’area definita “isola commerciale” e pertanto, in queste aree solo le attività commerciali che vendono generi alimentari possono restare aperti durante questo periodo.

Molti avranno notato che anche Obi Italia, si trova spesso in aree che potrebbero essere definite “isole commerciali”, ma che rimangono comunque aperti. Per l’appunto, Leroy Merlin, nel caso specifico del punto vendita di Solbiate Arno, si trova sul lato opposto della strada dove sorgono Tigros e McDonald’s. Probabilmente, avendo tempo e voglia, se ci mettessimo a circolare per la provincia troveremmo situazioni analoghe in altri settori: dell’abbigliamento ai dispositivi elettronici.

Da sottolineare che spesso, all’interno dello stesso centro commerciale, i negozi della galleria siano chiusi, mentre si possano acquistare gli stessi prodotti nelle corsie del supermercato lì presente.

Stesso settore merceologico, uno chiuso e un altro aperto: come risolvere?

Sicuramente la differenza tra un negozio e l’altro, se non in pochi casi, non è questione di furbizia del negoziante o di mancanza di rispetto delle norme imposte. Forse la risposta è semplice: tutti questi DPCM transitori sono prolissi, a volte scritti male e lacunosi. Lasciano troppo spazio all’interpretazione.
Certamente un modo per evitare questa problematica, semplificando la vita a clienti e commercianti, ci sarebbe: chiarezza e praticità nei Decreti. Forse sarà un’utopia, ma la speranza è che Governo ed Amministrazioni, emanassero Decreti e limitazioni in modo chiaro, senza discriminazioni ed usando il buonsenso.

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