Ristoranti e bar in zona rossa o arancione: servizio al tavolo consentito per i lavoratori!

Convertirsi in mensa aziendale per tenere aperto in zona rossa è possibile? Ci sono diversi casi riscontrati in Lombardia. Questo è possibile e lecito!

Di questi tempi, a qualcuno di voi sarà capitato mentre la Lombardia era in zona rossa (o arancione), camminando in città, di vedere ristoranti aperti a pranzo con clienti seduti al tavolo. Qualcuno si sarà lamentato su Facebook o avrà pubblicato foto scattate a questi ristoratori che si fanno beffa dei regolamenti e dei decreti.
Dopo aver letto questo articolo forse eviterete certi commenti e certe critiche perché potreste fare una magra figura.
È vero che il DPCM 3.11.2020 ha stabilito la chiusura di tutti i ristoranti, bar, gelaterie e pasticcerie nelle zone arancioni e rosse. Tuttavia possono rimanere aperte le “mense”.

Analizzare il DPCM

Il DPCM del 03.11.2020, recante “Misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica del COVID-19“, prevede particolari misure di contenimento applicabili alle regioni classificate rosse o arancioni, ossia con “elevata” e “massima” gravità.

In particolare gli articoli 2 e 3 del citato DPCM prevedono, per le zone arancioni e rosse, la sospensione delle attività di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie e pasticcerie) ad esclusione “delle mense e del catering continuativo su base contrattuale”.

Lo scopo del provvedimento è quello di limitare gli assembramenti e conseguentemente le possibilità di contagio, quindi non è più possibile andare al ristorante per il semplice gusto di stare in compagnia. Rimangono così aperte solamente le mense, le quali devono garantire ai lavoratori, soprattutto quelli che non lavorano vicino al proprio domicilio, di consumare un pasto caldo nel corso della loro giornata lavorativa.

Che differenza c’è tra ristorante e mensa?

La differenza sostanzialmente sta nel codice ATECO; codice che rappresenta la classificazione delle attività economiche in base all’attività svolta. Questa tipologia di classificazione adottata dall’Istituto Nazionale di Statistica italiano, serve, generalmente, per le rivelazioni statistiche nazionali di carattere economico. Dunque ogni codice  corrisponde ad una specifica attività economico-produttiva.

L’attività di “ristorante con somministrazione” corrisponde al codice ATECO 56.10.11, mentre l’attività di “mensa” corrisponde al codice ATECO 56.29.10. Evidentemente due codici di attività diversi tra loro, ma la legge, di fatto, non si prende carico di fornire una esaustiva definizione del concetto di “mensa aziendale”.

In parole semplici: la mensa aziendale è quel luogo organizzato direttamente dal datore di lavoro, oppure gestito da terzi, dove viene somministrato il vitto ai lavoratori; il ristorante, è l’esercizio dove vengono somministrati cibi e bevande a chiunque sia disposto a pagare il corrispettivo richiesto.

Dunque, da un punto di vista formale, sembrerebbe che il DPCM 3.11.2020 consenta solo ai possessori di codice ATECO 56.29.10 di rimanere aperti nelle zone arancioni e rosse, ma questo formalismo genera inevitabilmente iniquità.

Non tutte le aziende sono dotate di una mensa interna e, pertanto, molte sono costrette ad avvalersi di attività esterne all’azienda stessa. Creando questa disparità si rischierebbe di mettere i lavoratori, le cui aziende sono prive di mensa interna, nell’impossibilità di consumare un pasto caldo, e soprattutto al caldo, in quanto tutti i ristoranti nei pressi del luogo di lavoro devono restare chiusi in applicazione del DPCM in vigore.

Bar o ristorante: possono fungere da mense aziendali

Il ragionamento ora ricade sul fatto che un comune pubblico esercizio, bar o ristorante che sia, nel caso in cui si limiti a fornire il vitto ai lavoratori, svolgendo di fatto la stessa attività delle mense, possa rimanere aperto nonostante la l’attuazione del DPCM e fornire il pasto ai soli lavoratori.

Autorevoli argomentazioni, a supporto di questa tesi, sono rinvenibili nelle Circolari del Ministero delle Finanze n. 326 del 23.12.1997 e n. 188 e del 16.7.1988. Le summenzionate circolari includono nel concetto di mensa aziendale non solo le somministrazioni di vitto in mense organizzate direttamente dal datore di lavoro, ma anche le somministrazioni di vitto in mense che siano gestite soggetti al di fuori dell’azienda.

Il Ministero delle Finanze, nella richiamata Circolare 326/97, appunto cita “tenuto conto della nuova formulazione della norma, è opportuno precisare che tra le prestazioni di vitto e le somministrazioni in mense aziendali, anche gestite da terzi, sono comprese le convenzioni con i ristoranti

Infine, anche l’Agenzia Entrate, con la Risoluzione n. 63 del 17.5.2005 conviene su quanto detto prima, estendendo addirittura anche ad ogni bar e ristorante, munito di convenzione con i datori di lavoro, la qualifica di “mensa aziendale”. Il principio resta valido anche nel caso in cui siano direttamente i lavoratori a pagare mediante mezzi propri.

Pranzo al caldo anche per i lavoratori autonomi

Considerando le fonti citate precedentemente possiamo in definitiva affermare che un pubblico esercizio che fornisca vitto esclusivamente ai lavoratori possa essere equiparato ad una mensa, qualora venga stipulata un’apposita convenzione. Non solo, la somministrazione sarebbe consentita anche ai lavoratori autonomi purché in possesso di partita IVA, i quali, per ragioni di lavoro, si trovino impossibilitati a consumare un pasto in mensa o rientrare al proprio domicilio.

Sfogliando diversi organi di informazione online, si trovano vari esempi di ristoranti e bar che si sono, durante questo eccezionale periodo, “convertiti” in mese aziendali.


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Chi ha più probabilità di ammalarsi di Covid?

Sicuramente c’è un aspetto del Sars-Cov-2 che ha completamente spiazzato gli esperti: alcuni soggetti possono tollerare il Covid-19 senza conseguenza

Alcuni pazienti si ammalano in forma grave, altri, invece, non subiscono alcun danno dal virus. Da una parte abbiamo visto terapie intensive sature di pazienti affetti da Sars-Cov-2, dall’altra molte persone chiuse nelle loro abitazioni senza alcun sintomo. Gli scienziati sembrano non avere ancora una risposta univoca, ma sicuramente un punto che accomuna tutte le ricerche esiste: la risposta immunitaria.

La prof.ssa Caterina La Porta, del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali, e il prof. Stefano Zapperi, del Dipartimento di Fisica, entrambi dell’Università di Milano, hanno pubblicato uno studio per far luce proprio su questo aspetto. Il loro lavoro potrà contribuire alla comprensione di come tollerare il Covid-19; capire perché il Sars-Cov-2 sviluppi una malattia mortale in alcune persone ed un banale raffreddore, se non nulla, in altre.

Antigene leucocitario umano (HLA)

Il sistema HLA, fa parte delle complesso sistema di “difesa” del nostro organismo. Il suo ruolo è di determinare la presenza, sulla membrana delle nostre cellule, di molecole che permettono il riconoscimento delle cellule stesse come proprie dell’organismo, quindi da non attaccare, o estranee all’organismo, e quindi da eliminare. Questo sistema fa parte del Complesso Maggiore di Istocompatibilità (MHC), e tutte le sue specifiche sono “scritte”, nel genere umano, su cromosoma 6. Purtroppo però, questo sistema è diverso da individuo ad individuo, e si differenzia per “alleli”. Si definisce proprio per questo motivo: polimorfo.

Dalla teoria alla pratica

“Ciò che noi abbiamo voluto indagare con il nostro lavoro – spiega la professoressa La Porta – è stata la risposta immunitaria al virus SARS-CoV-2 in rapporto ai vari alleli di HLA, cioè se alcuni alleli fossero in grado di legare meglio i peptidi del virus e quindi di attivare i linfociti T. Questo ci ha permesso di classificare l’aggressività della malattia COVID-19 in base alla compatibilità tra i peptidi del virus e i diversi tipi di HLA”. In parole semplici, lo studio permette di conoscere quali persone saranno più o meno a rischio di contrarre la malattia in modo severo.

I ricercatori, nel loro studio, hanno simulato al computer un’infezione di SARS-CoV-2, e studiato la reattività alle possibili varianti di MHC conosciute dalle proteine più importanti del virus, come la ben nota proteina “spike”. Ci sono peptidi (composti chimici che formano le proteine) del virus che mostrano una forte affinità con certi alleli di HLA e altri, invece, che hanno una debole affinità. Il gruppo di ricercatori italiani ha quindi dimostrato che i peptidi che legavano molto bene uno specifico allele HLA, attivavano una risposta immunitaria.

Tollerare il Covid è una questione genetica

Il passo successivo della ricerca è stato quello di verificare, geograficamente, la distribuzione degli alleli HLA nella popolazione umana. Gli scienziati hanno potuto confermare che certe popolazioni, in particolari quelle asiatiche, hanno minore affinità per il peptide (ovvero una minor risposta immunitaria) rispetto a quello caucasiche. “In pratica, abbiamo gettato le basi per organizzare un sistema semplice e potente in grado di distinguere gli individui in base al rischio di andare incontro a una forma aggressiva o meno di COVID-19” – spiega sempre la professoressa La Porta.

Per capire, in linea di massima, quanto è possibile tollerare il Covid per ognuno di noi è sufficiente un esame del sangue. “La tipizzazione dell’HLA è un esame che si esegue di routine in persone che si sottopongono a trapianto d’organo. Perciò, con un semplice esame del sangue – conclude La Porta – è possibile ricavare il proprio HLA, e da qui si può capire se quel particolare HLA è posizionato nella regione ad alta o bassa affinità per i peptidi del virus SARS-CoV-2″

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Il Covid-19 uccide? Non proprio, la vera causa è il nostro stesso sistema immunitario

Lo strano funzionamento del nostro sistema immunitario contro il Covid 19: agisce per salvarci, ma con troppa irruenza in realtà ci uccide

Asintomatici e paucisintomatici, i così detti “untori” della pandemia di Covid, che fin dall’inizio della pandemia hanno dato parecchio filo da torcere ai ricercatori. Una vera marea di silenziosi portatori del Sars-Cov-2, che secondo recenti stime rappresentano almeno l’80% e più di tutti i casi positivi.

La maggior parte sono però bambini e giovani, perché? Sebbene la scienza non abbia ancora una risposta certa e definitiva, possiamo provare a dare una spiegazione, conoscendo il sistema immunitario e la sua risposta contro il Covid-19.

Come e quando inizia la malattia?

Come la maggior parte dei virus, anche il Sars-Cov-2 per sopravvivere e moltiplicarsi ha bisogno di entrare nelle cellule. Ormai è chiaro ai ricercatori che l’intrusione avviene grazie alla cosiddetta proteina “spike” (la chiave di accesso). Questa, si lega a recettori particolarmenti abbondanti nelle cellule polmonari, ma anche di cuore, fegato ed intestino, detti recettori Ace2 (una sorta di serratura molecolare), ed il virus inizia ad entrare nelle cellule del nostro organismo. Un’altra certezza è che, tuttavia, possono passare fino a 14 giorni prima di sviluppare sintomatologia; un periodo di tempo noto come “periodo di incubazione”. Questo lasso di tempo è il momento fondamentale per il nostro organismo: si mette in funzione, e parte l’attacco, del sistema immunitario. Una buona risposta immunitaria durante l’incubazione, può quindi evitare la diffusone del virus e che lo stesso raggiunga le cellule polmonari e di altri organi vitali.

Il nostro “doppio” sistema immunitario

La protezione del nostro organismo, ricordano gli esperti, è duplice: sistema immunitario innato e sistema adattivo . Il primo, è composto dalle barriere fisiche, come la pelle e le mucose, e da alcune molecole presenti nei tessuti, come alcuni dei globuli bianchi. Questa prima risposta immunitaria non è specifica, ma è la prima ed intervenire, e in modo molto rapido (poche ore dall’infezione). Alcune ipotesi sostengono che questo sia uno dei motivi per cui i bambini siano meno colpiti dal Covid-19: il loro sistema immunitario innato è più forte che negli adulti, proprio perché per natura è il primo ad intervenire, ed il sistema adattivo non ancora maturo.

Il secondo sistema, quello adattivo, sebbene più lento ad agire, è quello più efficace e specifico. Si basa soprattutto su una “memoria” di riconoscimento di virus e batteri, e dovrebbe essere in grado di debellare un’infezione ogni qualvolta la incontra nuovamente nell’organismo. Una risposta immunitaria adattiva precoce, tuttavia, consentirebbe al corpo, con un’adeguata risposta, di combattere il virus anche durante il periodo di incubazione.

I danni maggiori all’organismo malato di Covid-19? Il responsabile è il nostro stesso sistema immunitario

Se durante il periodo di incubazione l’organismo non riesce a contrastare il virus, questo si fa strada nel tratto respiratorio fino ai polmoni. Qui, si lega ai recettori Ace2, e continua a replicarsi, innescando una catena di ulteriori risposte immunitarie. Le cellule di rivestimento delle vie aeree infette iniziano a produrre grandi quantità di liquidi, gli alveoli polmonari si riempiono, ed compaiono le prime disfunzioni respiratorie: il regolare passaggio dell’ossigeno nel flusso sanguigno viene compromesso. A questo punto, in alcuni pazienti, quelli geneticamente predisposti, è la risposta immunitaria stessa a generare i maggiori danni. Le morti, o le degenze più gravi in terapia intensiva, sono infatti da attribuirsi ad una spropositata risposta immunitaria: la cosiddetta tempesta di citochine. Queste molecole, se prodotte in surplus, provocano gravi infiammazioni, come la sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), ovvero la prima causa di decesso Covid.

Gli esperti spiegano che gli anziani, e coloro che soffrono di disturbi polmonari cronici, sono gli individui che hanno la maggior probabilità di sviluppare l’Ards. Un controsenso considerato che  nei loro polmoni sono meno presenti i recettori Ace2? No, gli stessi recettori, infatti, oltre che da “serratura molecolare” per il virus, hanno la funzione di regolare la risposta immunitaria. In altre termini, pochi recettori Ace2 non riescono a regolare una corretta risposta immunitaria contro il Covid-19 e le reazioni di difesa che scatenano, al posto che salvare l’organismo, lo condannano. I giovani, ma soprattutto i bambini, hanno più recettori Ace2 nei loro polmoni, e negli altri organi, ciò spiega, in parte, la motivazione per cui riescono a contrastare correttamente il virus, rimanendo, il più delle volte asintomatici.

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L’assurda divisione dell’Italia in Regioni colorate

La situazione dei positivi in tutta Italia pare non essere chiara e molti cittadini sollevano il dubbio che l’assegnazione dei colori non rispetti i dati reali sull’epidemia

La recente firma del DCPM del 14 gennaio ha destato non pochi dubbi sull’assegnazione delle fasce di rischio delle rispettive Regioni. In molti si domandano il motivo per cui alla Lombardia sia stata designata la zona rossa quando i dati nazionali suddivisi per Regione lascerebbero intendere altro.

La situazione in Lombardia

La Lombardia è stata etichettata come “zona rossa” in base al famoso indice R(t), ovvero l’indice calcolato in base ai dati raccolti dalle varie ASST territoriali e convogliate al centro di raccolta dati. Da quanto si evince dai dati stessi e dalle dichiarazioni pubbliche del Governatore della Lombardia, tale decisione sarebbe però discutibile: secondo le informazioni in possesso da Regione Lombardia i dati utilizzati per il calcolo sarebbero del 30 dicembre e non del 16 gennaio.
Attilio Fontana stesso ha comunicato, in una intervista rilasciata il 16 gennaio alla trasmissione Pomeriggio Cinque, che la Regione si opporrà, facendo ricorso al TAR del Lazio, contro la decisione presa dal Ministero della Sanità.

Lombardia a confronto con altre regioni

Ad avvalorare la tesi che la gestione dei dati ed il calcolo dell’indice (Rt) non siano così attendibili si aggiungono i numeri stessi dei contagi in altre Province e Regioni d’Italia.

L’Italia a confronto: a sinistra le Regioni colorate dal Governo, a destra le Province colorate da GediVisual

Dai dati pubblicati dall’osservatorio GediVisual possiamo agevolmente far notare alcuni esempi.

La Provincia di Roma, che conta 4.253.314 abitanti, ossia  il 73,89% della popolazione dell’intera Regione Lazio, è la Provincia con il tasso di positivi più alto d’Italia, con ben 1.282 nuovi positivi. Tuttavia il Lazio, che il 16 gennaio contava un totale 74298 positivi, ovvero l’1,27% sulla popolazione, rimane in “zona arancione”.

Spostandoci in Campania, nelle stesse 24 ore, si sono registrati 1.132 positivi, (592 solo nella provincia di Napoli, la quale si vede in una situazione peggiore alle province di Milano e Torino). Sommando il totale dei positivi delle altre Province campane, otteniamo un totale di 74066 positivi, ovvero l’1,30% di positivi sulla popolazione totale. Eppure accolta in “zona gialla”.

Anche il Veneto non è in una situazione felice: sempre il 16 gennaio, la Provincia di Venezia ha registrato 456 nuovi casi raggiungendo un totale di 47.039; per quanto riguarda invece tutta la regione Veneto i nuovi casi sono stati 1929 che, sommati agli altri, portano il Veneto ad un totale di 72371, quindi il rapporto tra positivi e popolazione è dell’1,48%. Questo dato però, secondo il Governo, permette alla Regione Veneto di essere “zona arancione”.

Infine, prendendo i dati della Lombardia, attualmente “zona rossa”, notiamo che i nuovi casi della provincia di Milano il 16 gennaio erano 729, con un incremento regionale di 2134 nuovi casi, che portano il totale dei positivi in Lombardia a 57998. Facendo il rapporto sulla popolazione, che ricordiamo essere la più numerosa a livello nazionale, la percentuale di positivi sul totale degli abitanti è uguale allo 0,58%.

Dati “sporchi” e problematica del “ritardo” nel calcolo dell’indice R(t)

In definitiva, alle regioni vengono assegnati i tre differenti colori in base a questo misterioso indice R(t), che può però essere calcolato con diversi algoritmi, e risultati matematicamente corretti, ma completamente differenti.

Carlo Cottarelli e Giulio Gottardo nella loro analisi, pubblicata sul sito della Università Cattolica il 18 novembre scorso, spiegano che “c’è un problema che riguarda “il ritardo” delle stime dell’Rt. Ragionevolmente, l’ISS utilizza dati “consolidati” sul numero di contagiati. Il consolidamento consiste nel correggere i numeri dei nuovi casi (sintomatici) per tenere conto di tutte le particolarità nel tempismo della loro registrazione e comunicazione. Inoltre, da questo totale si sottraggono anche i cosiddetti “casi importati”, per evitare di gonfiare erroneamente l’Rt di una regione (o del paese intero). Queste operazioni di consolidamento ed esclusione richiedono diversi giorni, facendo sì che l’Rt disponibile sia al massimo quello della settimana precedente“.

Il fisico Giorgio Sestili spiega che “il calcolo dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare utilizza una formula più classica, rispetto all’ISS, considerando la totalità dei casi e dei guariti, ma genera una sovrastima perché il dato dei guariti è molto sporco, con percentuali che variano da regione a regione; calcolando i soli sintomatici l’Iss elimina il rischio di una sovrastima, ma ottiene una sottostima”.

Recentemente si legge inoltre su diverse testate nazionali e pubblicazioni scientifiche che alcuni esperti hanno messo in dubbio l’affidabilità dei dati utilizzati per il calcolo del cosiddetto “indice Rt, presentando diversi problemi, dovuti alla qualità dei dati utilizzati per calcolarlo.

Dall’Rt alla logica del Governo

Al di là delle complesse formule matematiche, ogni persona dotata di un minimo di intelletto capirà che nella provincia di Milano i casi siano più significativi che nella provincia di Isernia, semplicemente per via della popolazione e soprattutto della densità di popolazione della prima rispetto alla seconda.

Quello che il Governo non sta invece calcolando nella maniera più assoluta, è l’incidenza e le conseguenze sulle attività commerciali e produttive. Una valutazione dei dati sommaria sulla quale si basano DPCM disordinati, con repentine variazioni che gravano, con perdite di introiti, a commercianti ed imprenditori. Una sequenza, che dura da ormai 10 mesi, di chiusure forzate che poi, forse inaspettatamente, non danno i risultati sperati. In molti, alla luce dei dati pubblicati da diversi enti, iniziano a chiedersi il senso logico dei continui atti amministrativi, senza valore di Legge, con cui il Governo vorrebbe salvarci dalla pandemia.

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K2: è vetta! Team nepalese conquista l’ultimo degli ottomila in inverno

Ieri pomeriggio, intorno alle 17.00 (ora locale) la vetta del K2, l’ultimo degli 8000 rimasto inviolato nel periodo invernale, è stata conquistata.

Una squadra di scalatori nepalesi è entrata ieri (16 gennaio 2021) nella storia dell’alpinismo per essere stata la prima a conquistare la vetta del K2 in inverno. Una sfida che, durante le scorse settimane, ha coinvolto sessanta alpinisti divisi in quattro squadre. Il successo della spedizione è stato purtroppo funestato da un tragico incidente in parete, che ha portato alla morte, durante il rientro al campo base, dell’alpinista spagnolo Sergi Mingote.

Chi ha conquistato la cima invernale del K2?

A mettere piede sui 8611 metri della cima, per la prima volta della storia dell’alpinismo durante il periodo invernale sono stati: Nirmal Purja, Gelje Sherpa, Mingma David Sherpa, Mingma Tenzi Sherpa, Dawa Temba Sherpa, Pem Chhiri Sherpa, Mingma G. Sherpa, Kili Pemba Sherpa, Dawa Tenjing Sherpa e Sona Sherpa.

La storia dell’alpinismo e dell’uomo ha da ieri una nuova pagina. A scriverla sono stati i 10 alpinisti nepalesi, che hanno voluto compiere l’ultimo passo tutti insieme: aspettandosi pochi metri sotto il traguardo, affinché i piccoli gruppi di scalata fossero riuniti in un’unica grande squadra e raggiungere tutti insieme la vetta!

L’incidente di Sergi Mingote

Stando alla informazioni pubblicate da Chhang Dawa Sherpa (leader della spedizione), Mingote sarebbe precipitato all’improvviso, mentre stava scendendo da Campo 1 (6050m) verso Campo Base Avanzato.

L’espertissimo alpinista catalano 49enne, poteva contare nel suo palmarès sette ottomila senza uso di ossigeno supplementare: Broad Peak, K2 e Manaslu nel 2018; Lhotse, Nanga Parbat, Gasherbrum II e Dhaulagiri nel 2019; Everest dal Tibet nel 2001 e dal Nepal nel 2003.

Il Ministro della Salute spagnolo e amico personale di Mingote, Salvador Illa, si è detto “sgomento dalla notizia dell’incidente che ha messo fine alla vita di un magnifico atleta, ex sindaco socialista di Parets e amico“.

Tristezza anche da parte del premier spagnolo Pedro Sanchez che, appresa la triste notizia, ha commentato su Twitter: “Voleva far parte della storia raggiungendo per la prima volta la vetta in pieno inverno. Un tragico incidente ha posto fine alla sua vita”.

Difficoltà e curiosità del K2

Dopo un primo tentativo datato 1987, solo poche spedizioni hanno provato a scalare in inverno la seconda montagna più alta del Mondo (al primo posto l’Everest- 8848 mt.). Secondo Reinhold Messner, infatti, l’ascensione del K2 è più difficile di quella dell’Everest; sulla vetta i venti possono soffiare ad una velocità di 200 km/h e le temperatura è davvero fredda, si possono toccare i 60 gradi sotto zero.

Il K2 fa parte della catena del Karakorum, che divide la Cina dal Kashmir, e fu conquistato per la prima volta in assoluto da una spedizione italiana, il 31 luglio del 1954. A calpestare per la prima volta al mondo la vetta furono gli alpinisti Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, ma con l’essenziale contributo di Walter Bonatti e Amir Mahdi che, sebbene appurato alcuni decenni dopo, portarono le bombole d’ossigeno che avrebbero utilizzato nell’ultimo tratto dell’ascesa.

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#ioapro il 15 gennaio! Un’inevitabile protesta di bar e ristoranti contro i DPCM

Nata attraverso il tam tam sui social network, #ioapro è una protesta nazionale, da parte degli esercenti, soprattutto proprietari di bar e ristoranti, che partirà da venerdì 15 gennaio

Se da un lato, secondo i numeri pubblicati, la pandemia di Covid-19 in Italia non accenna a rallentare, dall’altra molte attività economiche rischiano la chiusura e la fame. Un Governo che continua a promettere, ma che all’effettivo non aiuta. Decine di migliaia le attività che non riapriranno, che hanno già restituito le chiavi degli immobili locati, o che hanno dichiarato fallimento. In questo clima di incertezza e disperazione nasce il movimento di disubbidienza civile #ioapro.

Una situazione comune a molti esercenti

Diego Fierro, è un imprenditore e Coordinatore Regionale del Trentino Alto Adige di Autonomi e Partite Iva. La sua vita l’ha trascorsa lavorando in hotel, ristoranti e bar. All’inizio della sua carriera lavorativa era un dipendente come molti altri, per poi prendere una decisione: inoltrarsi nel mondo dell’imprenditoria tra mille sacrifici e mille indecisioni.
Fino a qualche mese fa, due strutture da gestire; una molto grande, con 400 posti letto, ed un rifugio più piccolo: composto da bar, ristorante e 14 camere.

Con l’arrivo della pandemia, e le relative restrizioni, la struttura più grande ha dovuto lasciarla, mentre il rifugio risulta momentaneamente chiuso; le continue indecisioni di questo Governo non consentono di lavorare! Oltre a lui ed alla sua famiglia, tra entrambe le strutture, si parla di molti dipendenti: 20 stagionali, ora tutti disoccupati e senza sussidi.

“L’unico aiuto che ho ricevuto – dice Fierro – è stato un prestito di 20 mila euro, che andrà comunque restituito, più un piccolo aiuto dalla regione, ma parliamo di una piccola cifra. Faccio presente che dallo Stato non ho ricevuto nessuno aiuto, nemmeno i ristori”.

Non è negazionismo, ma necessità di lavorare

L’opinione pubblica è divisa. Vuoi per bandiera politica o per il terrorismo mediatico di un intero anno, la spaccatura è netta: tutti chiusi in casa (si possono benissimo evitare bar, ristoranti, cinema, ecc..) oppure negazionisti.

Dov’è finita la razionalità? Nessuno nega l’esistenza del Virus, ma nemmeno si può pensare che tutto sia superfluo; sicuramente non lo è per gli esercenti, per i loro dipendenti e per tutto l’indotto. Lo stesso Governo, nei primi DPCM, aveva imposto agli esercenti misure di contenimento del Sars-Cov-2 per poter lavorare. “Ci siamo adeguati e a spese nostre. Soluzioni idroalcoliche, pannelli, disinfettanti, nebulizzatori, ecc. – spiega Fierro – Abbiamo speso un sacco di soldi per metterci a norma, per non contare la paura ed il pericolo della gestione dei nostri dipendenti, corsi su corsi per una gestione che si è dimostrata poi inutile“.

Paura del virus e delle sanzioni

Credo che il Covid esista e sia pericoloso – continua Fierro – ma credo anche che oggi sia gestito in maniera completamente differente dalla prima ondata. Resta un pericolo reale, ma c’è più consapevolezza nell’affrontarlo, ed è proprio per questa ragione che non sono d’accordo sulle decisioni restrittive di questo Governo”.

La disubbidienza proposta da #ioapro, non è un’inosservanza negazionista di ogni regola anti-Covid. Distanziamento sociale, mascherine e soluzioni disinfettanti non sono in dubbio, ed è previsto il “conto sul tavolo” per le ore 21.45, in modo da rispettare il coprifuoco imposto per le 22.

Le sanzioni poco preoccupano a chi non ha quasi più nulla da perdere e rischia il fallimento della sua attività. Ormai la situazione è tragica, e la scelta di aderire a questa iniziativa è, per molti, come un “all in” in una partita a poker quasi persa. Importante sottolineare che molti studi legali italiani hanno deciso di supportare questa protesta, fornendo gratuitamente supporto legale ad esercenti e clienti: alla probabilità di vedersi notificare una sanzione, si contrappone la certezza di poter fare ricorso gratuitamente, seguiti da un professionista.

#ioapro, anche se non avrò clienti

Sicuramente, ne sono consapevoli gli esercenti, non sarà facile lavorare dal 15 gennaio in poi, andando contro al DPCM in vigore. Nessuna certezza sulla presenza di clienti, ma ciò che conta è dare un segnale forte al Governo.

“Non ha importanza se avrò o meno gente, ma io aprirò perché è arrivato il momento di una disubbidienza civile. Il lavoro è un diritto, e dato che lo stato mi chiede di pagare le tasse, nonostante non abbia incassato un euro, è ora di dire basta” conclude Fierro.

Per molti, aprire o stare chiusi, cambia poco a livello di costi. Soprattutto nelle piccole attività, o a gestione familiare, sono le spese fisse a mettere in ginocchio. Molti esercenti, proprio a dimostrazione che #ioapro è un simbolo di protesta, non presenteranno nemmeno il conto ai loro clienti, ma batteranno lo scontrino fiscale solamente delle donazioni ricevute dagli stessi. Un’offerta libera insomma, credendo ancora nel grande senso civico degli italiani.

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Pandemia e matematica: l’importanza di studiare di più le materie scientifiche

La pandemia non rallenta, ma ci fa render conto di quanto sia importante conoscere l’informatica, e soprattutto la matematica!

Il 2020 sicuramente è stato un anno difficile, ed ugualmente è iniziato il 2021. Al reale problema della pandemia di Covid-19, si sommano allarmismo mediatico e fake news. Moltissimi i numeri ed i grafici che compaiono sugli schermi di TV e smartphone ogni giorno: indici Rt, tasso di mortalità e grafici di curve pandemiche. Ma quanti sono in grado di comprendere quali dati siano veri e quali falsi? Qui entra in gioco una basilare conoscenza della matematica.

Indice Rt e matematica

Passate le vacanze di Natale, Capodanno ed Epifania, tutti devono tornare a fare i conti con le zone colorate dettate da CTS e Governo: gialla, arancione e rossa. Quotidianamente ai TG e sui giornali si parla di indice Rt, ma cosa esprime questo numero?

Ogni epidemia, o pandemia, può essere descritta attraverso un numero, chiamato Rt. Si tratta di un parametro statistico che esprime, in media, quante persone vengono infettate da un individuo contagioso. Le misure che vengono adottate dal Governo, su indicazione del CTS, dovrebbero infatti essere improntate all’abbattimento di questo valore. Un indice Rt in calo, è sinonimo di una pandemia che rallenta la sua corsa.

Attenzione però, è solo un indice matematico statistico e calcolato in media. Se, per esempio, l’indice Rt è uguale a 1, non significa che ogni contagioso infetta un altro individuo. Quest’individuo potrebbe contagiare decine di persone se non presta attenzione alle norme anti-contagio, ma allo stesso modo, decine di individui contagiosi, prestando accortezza, potrebbero non infettare nessun altro.

Tasso di mortalità e di letalità: come calcolarli per non credere alle fake news?

Nessuno, se non in pochi, negano l’esistenza della pandemia di Covid-19, ma molti si lasciano terrorizzare dalle fake news, soprattutto sui social network. Tutti diventano infatti esperti matematici e statisti, proponendo le loro percentuali, anche sui tassi di mortalità da Covid, senza pensare agli effetti allarmisti e psicologici che suscitano i loro errati calcoli.

Come capire se il dato che state leggendo sul tasso di mortalità o letalità è corretto? Anche qui, alla base di tutto, la matematica! Il tasso di mortalità è semplicemente il rapporto tra il numero dei morti e l’intera popolazione, ovviamente nello stesso arco temporale, la letalità viene invece calcolata relazionando i decessi ai positivi.

Ad esempio per calcolare il tasso di mortalità da Covid in Italia, dobbiamo conoscere il numero di decessi Covid totali (78.394) e quanti abitanti ha l’Italia (60.317.000), successivamente fare un semplice calcolo percentuale. Così conosceremo il tasso di mortalità che è pari allo 0,13%.

Allo stesso modo, per calcolare il tasso di letalità, basterà conoscere il numero dei morti (sempre 78.394) ed il numero totale di chi è risultato positivo (2.257.966 da inizio pandemia). In questo caso, dividendo il primo valore per il secondo, e moltiplicando per cento, otterremo che il tasso di letalità ad oggi è del 3,47%.

Perchè studiare la matematica?

Ovviamente questi sono calcoli di base, portati solo come esempio per far riflettere sull’importanze delle materie scientifiche, e soprattutto della matematica. Senza dover eccellere, permette infatti di capire meglio tutto quello che ci circonda. Riconoscere una fake news o di capire la meglio la gravità di una situazione come quella che stiamo vivendo.

Recentemente, Il prof Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo del Cnr ha dichiarato riguardo proprio la matematica: “Nelle reti social, nella finanza, nelle carte di credito, nel tom tom,… È sotto i nostri occhi continuamente e ci aiuta a vivere meglio. Quello che possiamo fare verso di lei per ‘sdebitarci’ è darci la possibilità di studiarla, di provare a capirla. Certo, non è un percorso facile: i giovani sono abituati al tutto e subito, vogliono intraprendere una strada che li porti verso un lavoro nel più breve tempo possibile e non penso impazziscano all’idea di restare ore a pensare e a riflettere su un problema. Però è questa la matematica: è come un’ascesa faticosa di un monte, ma la vista, una volta arrivati in cima, è meravigliosa”.

Le materie scientifiche alla base delle professioni di domani

Non serve essere degli scienziati per capire che le professioni cambiano nel tempo, assecondando le nuove esigenze della società. Alcune figure professionali inevitabilmente stanno sparendo, altre invece sono nate e si impongono sempre di più per colmare le richieste del mercato.

Negli ultimi 10 mesi, è stato impossibile non notare per esempio lo sviluppo del commercio online. Proprio uno studio di Unioncamere e Anpal, con l’obiettivo di prevedere la situazione lavorativa, partendo dal 2019 per arrivare al 2023, ha previsto un notevole incremento di “nuovi” profili professionali. Manager di E-commerce, social media manager ed esperti di cybersecurity, saranno tra le figure professionali più richieste nei prossimi anni. Ovviamente saranno necessarie competenze specifiche di matematica ed informatica, oltre ad una conoscenza ampia e trasversale.

Questa pandemia, che ha chiuso molti giovani e giovanissimi tra le mura domestiche, potrebbe quindi essere un punto di svolta. Le materie scientifiche, soprattutto basate su matematica e informatica, a cui la maggior parte dei giovani non ha potuto rinunciare in questi mesi, saranno alla base delle figure professionali dei prossimi anni.

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Istat ha pubblicato i dati dell’ultimo censimento 2018-2019: vediamo la situazione dei Borghi più belli d’Italia

La pandemia non ha certamente fermato il lavoro dell’Istat, che ha infatti pubblicato, il 15 dicembre scorso, molteplici dati che fotografano l’Italia dal punto di vista statistico. Un lavoro certosino reso possibile anche grazie all’utilizzo dei censimenti permanenti, che ha riguardato anche i Borghi più belli d’Italia.

Con il nuovo sistema di censimento in modalità online, attivo dal 2018, sono cadute in disuso le vecchie schede cartacee, a vantaggio di una frequenza maggiore con cui vengono raccolti i dati: annuale, biennale o triennale. Inoltre, i censimenti Istat non coinvolgono più direttamente l’intera popolazione, allungando i tempi di studio e rappresentazione grafica dei dati raccolti, ma attraverso campionature di fasce precise di popolazione. L’ultima rilevazione, ovvero quella del 2019, ha interessato circa 1,4 milioni di famiglie, integrando i dati raccolti con quelli forniti dalle fonti amministrative.

Quanti sono i Borghi più belli d’Italia? In quanti ci abitano?

“Borghi più belli d’Italia” è il nome di un progetto nato per riunire quei comuni, o frazioni di comuni, rilevanti per il loro profilo storico, culturale o artistico, che rischiano il completo abbandono da parte della propria popolazione. Nel 2019 erano 307, tutti selezionati da parte dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI). Secondo i dati Istat, tutti insieme contavano ben 1,3 milioni di abitanti, di cui il 93% italiani e il 7% stranieri.

Dove sono situati?

La regione Marche è quella che ha il numero maggiore di Borghi, tra quelli inclusi nel progetto, ben 28; nessuno invece appartiene alla Val d’Aosta. Località fantastiche, ma che sarebbe impossibile elencare tutte in un articolo. Degni di nota, e sicuramente di essere visitati, i Comuni finalisti del contest “Borgo dei Borghi 2019”: Bobbio della provincia di Piacenza (vincitore), Palazzolo Acreide in provincia di Siracusa (seconda), Rotondella in provincia di Matera (terza) e Laigueglia in provincia di Savona (quarto posto).

Nel settembre 2020, come segno di ripresa culturale e turistica, i 307 Borghi più belli d’Italia sono stati i protagonisti del progetto “Una boccata d’arte”. Nello stesso anno, non ancora censiti da Istat, si sono inoltre aggiunti all’elenco: Tropea (Calabria), Monteleone d’Orvieto (Umbria), Bassano in Taverina (Lazio) e Monte Sant’Angelo (Puglia).

Un calo di residenti e lo spopolamento di questi borghi: gli stranieri come risorsa

Purtroppo le grandi città tendono ad essere sempre più affollate, e i piccoli comuni a spopolarsi. Solo 12 tra i Borghi più belli d’Italia possono definirsi in “crescita sistematica”, ovvero che continuano negli anni ad aumentare la loro popolazione. In totale si registra infatti un calo di 185.000 residenti. A venire in aiuto dei borghi è l’aumento della popolazione straniera: tra 2001 e 2019 la componente straniera ha permesso a molti di questi comuni di accrescere il proprio numero di abitanti. La popolazione italiana nei borghi, infatti, è diminuita di circa 50.000 unità; quella straniera è però aumentata di quasi 63.000.

I comuni più grandi, secondo Istat, esercitano sempre un’attrazione maggiore. La componente straniera dei borghi medio-piccoli (tra 5.000 e 10.000 abitanti) è aumentata, secondo lo stesso principio, in misura maggiore rispetto a quella dei borghi piccolissimi (tra 1.000 e 2.000 abitanti).

La popolazione straniera, anche nei Borghi, abbassa l’età media, portando ad un aumento della componente in età da lavoro ed in età feconda. Confrontando i dati Istat del censimento 2019 con quelli del 2011, è possibile constatare un aumento sia della popolazione giovanissima (da 0 a 9 anni) che degli adulti tra i 25 e i 34 anni.

Un esempio per il Bel Paese

“I Borghi più belli d’Italia anche se spesso distanti geograficamente tra loro rappresentano una realtà interessante dal punto di vista storico, artistico e naturale e alcuni di essi sono riusciti ad invertire lo spopolamento per aver accolto flussi immigratori dall’estero. A questi contesti dinamici dal punto di vista demografico se si associa la valorizzazione della dotazione naturale, storica, paesaggistica e ambientale si determinano le condizioni favorevoli per lo sviluppo e il benessere e, in quanto tali, possono essere considerate delle best practice di riferimento per l’intero Paese conclude Istat nella sua relazione.

Scopri di più sui Borghi più belli d’Italia sul sito officiale dell’Istat

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Il Calendario delle restrizioni del “DPCM Natale”

Il nuovo DPCM Natale: districarsi con le restrizioni a giorni alterni

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il nuovo Dpcm Natale, che ci imporrà nuove pesanti restrizioni durante le feste, per evitare, secondo gli esperti, la terza ondata di Coronavirus. Il Governo ha previsto una serie di restrizioni e deroghe a giorni alterni: attenzione al calendario per evitare sanzioni.

19-20 dicembre: ultimo weekend di pseudo normalità

Oggi e domani saranno gli ultimi giorni per spostarsi liberamente da una regione gialla all’altra. I più rigoristi, che chiedevano di anticipare una maxi zona rossa su tutta l’Italia, non sono stati ascoltati, nonostante la grande preoccupazione per gli assembramenti su treni ed aerei in partenza dal Nord verso il Sud. I negozi rimarranno aperti fino alle 21.00 (con rigide misure anti-assembramento). Bar e i ristoranti abbasseranno le saracinesche alle 18, mentre l’asporto sarà consentito fino alle 22.00. Resta valido il coprifuoco alle 22.00 alle 5.00: per muoversi durante questa fascia oraria bisognerà avere un valido motivo di lavoro, necessità o urgenza.

21-23 dicembre: vietati spostamenti tra regioni; ultimi giorni di shopping

Da lunedì saranno vietati gli spostamenti da una regione all’altra senza uno degli ormai noti validi motivi: lavoro, necessità o salute. Sarà comunque possibile rientrare alla propria residenza, domicilio o abitazione, e raggiungere una seconda casa all’interno della propria regione. Il 21, 22 e 23 dicembre saranno gli ultimi tre giorni per lo shopping natalizio: negozi aperti fino alle 21 con orario continuato, sempre con misure anti-assembramento; ristoranti aperti a pranzo (tavoli con non più di quattro persone) e al bar fino alle 18.00. Il coprifuoco notturno sarà sempre in vigore dalle 22.00 alle 5.00 del mattino.

24-27 dicembre: tutta l’Italia in lockdown

In questi giorni l’Italia sarà completamente in zona rossa: un vero e proprio lockdown. Aperti solo i servizi considerati di prima necessità: alimentari, farmacie, tabaccai, edicole e librerie. Vietati tutti gli spostamenti, anche all’interno del proprio comune, se non per motivi di necessità, lavoro o urgenza. Pranzi o cene di Natale: consentiti con il nucleo convivente allargato a non più di due congiunti stretti: genitori anziani o figli o partner fissi (figli sotto i 14 anni, persone non autosufficienti e disabili non rientreranno nel conteggio). Consentita l’attività motoria nei pressi della propria abitazione.

28-30 dicembre: si allenta la stretta natalizia

Passato bene Natale e Santo Stefano? Il Governo allenterà la stretta. Da lunedì 28 a mercoledì 30 dicembre riapriranno i negozi fino alle 21, ma bar e ristoranti saranno chiusi, consentito solo il servizio d’asporto. Tornerà il coprifuoco notturno dalle 22.00 alle 5.00 e rimarrà il divieto di spostamento tra regioni. Sarà consentito muoversi liberamente all’interno del proprio Comune o tra Comuni con meno di 5.000 abitanti con un tragitto massimo di 30km.

31 dicembre-3 gennaio: di nuovo tutti in casa

Con l’obiettivo di impedire i veglioni e gli assembramenti di fine anno e pranzi in famiglia, sarà di nuovo lockdown totale. Vietati gli spostamenti anche all’interno del proprio Comune. Chiusi sia i negozi (eccetto generi di prima necessità) sia bar e ristoranti. Cenone in hotel? No; negli alberghi sarà possibile cenare solamente in camera. Non si potrà uscire da casa, se non per le ormai note esigenze di lavoro, necessità o urgenza. Quattro giorni di lockdown totale che dovrebbero fermare chi aveva già in mente di aggirare il coprifuoco passando tutta la notte dell’ultimo giorno dell’anno in una casa di amici o parenti.

4 gennaio: un giorno arancione a sé stante

Scampato il pericolo di Capodanno, il Governo consente un’intera giornata per riprendersi dalle restrizioni. L’Italia tornerà in una sorta di zona arancione. Aperti i negozi, ma restano chiusi bar e ristoranti. Saranno consentiti gli spostamenti solo all’interno del proprio Comune, o tra Comuni limitrofi con meno di 5.000 abitanti (sempre con il vincolo dei 30 km). Il coprifuoco notturno sarà sempre in vigore dalle 22.00 alle 5.00.

5-6 gennaio: la Befana si tinge di rosso

Nuovamente tutti in zona rossa. Vietati gli spostamenti anche all’interno del proprio Comune; locali e negozi chiusi, ad esclusione dei generi di prima necessità. Come per il giorni di Natale e Santo Stefano sarà consentito il pranzo dell’Epifania con il nucleo di conviventi allargato: massimo due persone (esclusi dal conteggio: figli under 14, persone non autosufficienti e disabili). In serata però bisognerà preparare gli zaini per la scuola: dal 7 gennaio ritorno a scuola in presenza oltre il 75 per cento per licei e scuole superiori.

Eventuali sanzioni?

Avete intenzione di violare il DPCM? Sappiate che infrangere le norme del “Decreto Natale” approvato ieri sera dal Consiglio dei Ministri prevede sanzioni amministrative che potrebbero rovinarvi le feste: da 400 a 3.000 Euro. Inoltre, se il mancato rispetto delle norme avviene mediante l’utilizzo di un veicolo, le sanzioni sono aumentate fino a un terzo.

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Influenza stagionale alle porte: il sesso può prevenire e curare in modo naturale!

Il sesso, secondo la scienza, può prevenire e curare molte malattie. Anche durante la pandemia, fare l’amore può avere diversi aspetti benefici per l’organismo.

La stagione invernale è alle porte, e con lei anche il malanno più classico: l’influenza. Sarà un inverno particolarmente difficile: i sintomi di una normale influenza potranno confondersi con quelli del Covid-19. In molte zone d’Italia sembra non siano sufficienti i vaccini anti-influenzali acquistati, ma fortunatamente c’è un rimedio molto più piacevole rispetto ai farmaci: il sesso.

Il sesso rafforza il sistema immunitario

È risaputo che l’attività sessuale è utile per combatte lo stress ed aumentare l’autostima, ma pochi sanno che una vita sessuale regolare fa sviluppare anticorpi naturali: immunoglobulina A.

Secondo uno studio della Wilkes-Barre University in Pennsylvania chi fa sesso regolarmente, almeno una o due volte alla settimana, gode di un surplus (+ 30%) di immunoglobulina A (IgA). Un sistema immunitario forte riduce ovviamente il rischio di contrarre malattie, soprattutto nelle loro forme più acute.

Il sesso: un cura naturale contro influenza e raffreddore

Un recente studio condotto in Svizzera da Manfred Schedlowski, ricercatore presso l’istituto di Psicologia Medica, ha dimostrato che si può rimanere in casa per curarsi dal raffreddore e dall’influenza stagionale praticando una piacevole attività. Fare sesso, risulterebbe, contro l’influenza, molto più benefico che prendere un’Aspirina. Proprio così! Fare l’amore durante il periodo influenzale aiuterebbe a guarire in modo naturale.

Lo scienziato ha analizzato un gruppo di coppie con raffreddore ed influenza. Il test ha mostrato che l’attività sessuale, durante lo stato febbrile, ha ridotto i sintomi del 60% ed aumentato la produzione di linfociti T.

Sesso e Covid-19: meglio astenersi?

Fare sesso è ovviamente sconsigliato in caso di contagio, nel periodo di quarantena e nel sospetto di malattia, ma non c’è nessun motivo per limitarsi nelle attività sessuali in coppie presumibilmente sane e che non presentano segni di contagio; consapevoli che l’infezione può decorrere per alcuni giorni senza dare alcun segno.

Un consiglio di alcuni medici è di evitare le posizioni che comportano vicinanza del volto dei partner e, sempre se desiderato, indossare una mascherina. La mascherina non è pericolosa, anzi c’è chi la indossa durante i rapporti intimi come “gioco sessuale”. Non ci sono evidenze scientifiche sulla trasmissione del virus attraverso rapporti orali, anali o vaginali.

Nel caso in cui uno dei partner dovesse manifestare i sintomi dell’infezione da coronavirus, o risultare positivo, sarebbe corretto astenersi dai rapporti sessuali per almeno trenta giorni.

Avere rapporti sessuali con partner stabili anche durante la pandemia non è quindi una cattiva idea. Si alzeranno sicuramente le difese immunitarie e sarà più piacevole combattere ansia, stress e lockdown.

Attività sessuale e problemi di cuore vanno d’accordo?

Emanuelle Jannini, andrologo e professore ordinario di Endocrinologia e Sessuologia Medica all’Università Tor Vergata di Roma ha affermato: L’attività sessuale è consigliata a chiunque non soffra di gravi cardiopatie: se una persona può fare due rampe di scale, allora può fare anche sesso; anzi, dovrebbe farlo più spesso perché è terapeutico”.

Fondazione Veronesi appoggia uno studio pubblicato sull’American Journal of Cardiology: gli uomini con una vita sessuale regolare hanno fino al 45% in meno di probabilità di avere un disturbo cardiaco. L’American Heart Association rassicura che è raro che un attacco di cuore si verifichi durante un rapporto sessuale, soprattutto se il disturbo cardiaco è ormai stabilizzato.

A parte gravi cardiopatie, per cui si consiglia di interpellare il proprio medico, il sesso è quindi un toccasana per il corpo umano, anche contro influenza, raffreddore e Covid-19.

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Tempo di regali: perché comprare nei piccoli negozi?

Comprendere i vantaggi di comprare nei piccoli negozi per salvare l’economia.

Il commercio negli ultimi anni è cambiato moltissimo, rispecchiando l’evoluzione delle dinamiche sociali. Soprattutto dopo la crisi economica iniziata nel 2008, sono state completamente stravolte le abitudini con cui i consumatori acquistano nelle botteghe.

Ultimamente i vari DPCM ci stanno portando a spostarci sempre meno dalle nostre abitazioni. Comprare nei piccoli negozi, ancora presenti nei nostri paesi o città, porta però a numerosi vantaggi che abbiamo spesso sottovalutato.

I vantaggi per il consumatore

Qualità del prodotto

Acquistare nei negozi di vicinato, permette al consumatore di poter usufruire di servizi e prodotti di maggior qualità.
Il negozio di vicinato generalmente si rifornisce da produttori locali, alimentando il cosiddetto Made in Italy, famoso in tutto il mondo per le sue eccellenze. La grande distribuzione (GDO) opta invece per una scelta differente: prodotti provenienti da ogni parte del mondo, con l’obiettivo di abbassare i costi a discapito della qualità.

Varietà di prodotto

La GDO ha la tendenza di appiattire l’offerta di prodotti, al fine di essere competitiva principalmente sul prezzo. Un fruttivendolo di quartiere, o un macellaio, ci permette di trovare prodotti con delle specifiche e delle varietà totalmente differenti rispetto a un grande centro commerciale.
Queste differenze si notano maggiormente nel settore alimentare, ma anche in molti altri settori si può notare questa logica.

Servizio personalizzato

Le piccole attività locali, grazie alla loro dimensione ridotta, hanno modo di seguire con più attenzione il cliente. Molto spesso il commesso è anche il proprietario dell’attività, con un’esperienza decennale nel settore.
Poter farsi consigliare da persone esperte, qualificate e che amano il loro lavoro, è forse uno dei maggiori vantaggi per il consumatore.
Da non sottovalutare la possibilità di creare un rapporto più umano tra consumatore e commerciante, che generalmente porta a prezzi scontati o flessibili.

Vantaggi per l’economia

Capacità di adattamento

I negozi di vicinato hanno una capacità di adattamento maggiore rispetto ai centri commerciali. Questo sembrerà sicuramente strano, visti i numerosi negozi che negli anni, e soprattutto negli ultimi mesi, hanno abbassato la saracinesca per sempre. Però rispetto al commercio all’ingrosso, sono in grado, secondo stime Istat, di perdere fino al 1,65% in meno di posti di lavoro in tempi di crisi. Inoltre hanno riprese economiche più rapide non appena la domanda di acquisto torna a crescere.

Essere piccoli non è uno svantaggio, anzi, il più delle volte permette azioni di adattamento più rapide rispetto a chi ha una struttura più complessa ed imponente.

una rete di commercio territoriale

Le piccole attività di vicinato hanno la positiva particolarità di collaborare con altre attività presenti sul territorio. Infatti, i piccoli negozi acquistano prodotti da attività che risiedono nelle vicinanze, creando una rete commerciale territoriale. Secondo le ultime stime, i piccoli negozi (media italiana) acquistano oltre il 65% di ciò di cui necessitano presso aziende locali.

La GDO, al contrario, sfrutta economie di scala e logistica, che gli permette di accedere a prodotti provenienti dall’altra parte del mondo, al solo fine, come già accennato, di abbattere drasticamente il prezzo, spesso a discapito della qualità.

Maggiori risorse sul territorio

Le piccole attività, che abbiano sede fissa o siano ambulanti, pagano le tasse agli enti locali: per gli immobili posseduti o per l’occupazione di suolo pubblico. Nonché le tasse d’esercizio allo Stato.
Ciò non accade per esempio per gli e-commerce, che nella maggioranza dei casi non dispongono di immobili.
La GDO, invece, spesso detiene la propria liquidità monetaria, e la sede legale, in paradisi fiscali; Paesi differenti da quelli dove produce gli utili.
Da non sottovalutare che dove la presenza di attività locali è maggiore, gli stipendi siano proporzionalmente maggiori, generando minor disoccupazione e diseguaglianze sociali.

Vantaggi sociali

maggiori posti di lavoro

La gestione di un negozio al dettaglio non è semplice, e necessita di grandi sforzi. Per questo motivo i piccoli negozi offrono maggiori opportunità lavorative sul territorio di quante non ne offrano i centri commerciali, o ancor peggio, gli e-commerce.

Uno studio dell’ America Economic Association stima che per ogni 10 milioni di euro di fatturato, il commercio locale offre fino a 47 posti di lavoro, contro i 19 degli e-commerce.

Maggiore sicurezza

I negozi di vicinato possono essere considerati dei veri e propri presidi per le vie dei paesi, delle città e soprattutto per le aree più periferiche.

Ad esempio, a cavallo degli anni ’80 e ’90 la città di New York era una delle città più pericolose al mondo dover passeggiare la sera. Grazie a un sistema di incentivi per mantenere l’illuminazione delle vetrine accese anche nelle ore notturne, il tasso di criminalità è precipitato molto rapidamente.

Punti d’incontro e di aggregazione

Un altro importante vantaggio delle attività di vicinato: i rapporti sociali. Spesso, infatti, i piccoli negozi si trasformano in veri e propri punti di aggregazione, oltre che semplici attività di vendita.
Questo accade soprattutto per chi non è autonomo negli spostamenti: gli anziani e i più giovani. Queste due fasce d’età opposte preferiscono spostamenti brevi e in luoghi facilmente raggiungibili.

Le botteghe ed i piccoli negozi diventano così luoghi dove ci si incontra, si scambiano quattro parole e si mantengono vivi i rapporti interpersonali, anche tra persone di età molto differenti. Quanti nel periodo di lockdown, facendo acquisti nei piccoli negozi, hanno fatto nuove conoscenze di abitanti dello stesso quartiere o dello stesso paese?

Attività culturali e sportive

Le attività di vendita al dettaglio solitamente investono più di altre in eventi organizzati sul territorio.
I piccoli negozi funzionano bene se viene mantenuto stabile un flusso di persone nei centri abitati o nei paesi. Proprio per questo motivo è importante per loro mantenere vivo il senso civico e di aggregazione, anche attraverso l’organizzazione o la sponsorizzazione di eventi.
Sono spesso i piccoli negozi a sponsorizzare gli eventi sportivi dei più giovani, oppure eventi culturali per adulti e anziani.

Vantaggi per l’ambiente

Risparmio energetico

Le botteghe ed i piccoli negozi hanno un minor impatto sull’ambiente di quanto non abbiano i grandi centri commerciali. Ambienti più piccoli da riscaldare e da illuminare corrispondono infatti ad un minor sfruttamento dell’ambiente per produrre energia.

Ecosostenibilità

Risulta ovvio che se i prodotti sono a kilometro zero, o comunque provenienti da filiera corta, abbattono l’inquinamento dovuto al loro trasporto, ed anche il traffico sulle strade ed autostrade.

I prodotti che provengono da altre parti del Mondo, inoltre, hanno bisogno di imballaggi differenti, e spesso non riciclabili. Quante volte ordinando su internet ci si accorge che è più l’imballo della merce?

La speranza è che questo brutto periodo di pandemia possa portare anche qualcosa di positivo: un ritorno al piccolo, al commercio di vicinato.

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La Zona Rossa: cosa si può e cosa non si può fare?

Domande quotidiane che in molti si pongono: le risposte in base al nuovo DPCM in vigore da oggi in Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Calabria.


Il nuovo DPCM, varato nella notte tra il 3 e 4 Novembre, entrerà in vigore oggi, dopo la definizione delle differenti “zone” da parte del Ministro della Sanità Roberto Speranza. Il DPCM sarà efficace fino al 3 dicembre.

Le misure anti-contagio intraprese dovrebbero restare in vigore per due settimane, ovvero fino alla conferma, o modifica, del “coefficiente di rischio” della propria Regione.

Cosa si potrà e non potrà fare in zona rossa da oggi?

Una serie di domande, alcune che potrebbero sembrare banali, ma a cui molti non sanno darsi risposta.

Si può entrare e uscire dalla Regione (zona rossa)?

La norma prevede che ci si possa muovere soltanto per “comprovate esigenze”, per un’emergenza o per motivi di salute, studio e lavoro.

Serve l’autocertificazione?

Sì. Chiunque si sposti all’interno di una “zona rossa” deve portare con sé l’autodichiarazione, opportunamente compilata con l’indicazione dei motivi dello spostamento, il luogo da cui si parte e quello in cui si arriva.

Se dimentico l’autocertificazione o non ho modo di stamparla?

Nessun problema. Le Forze dell’Ordine dislocate sul territorio saranno in grado di fornirne una copia al momento dell’alt, e sarà obbligatorio compilarla.

Sono obbligato a stare nell’abitazione di residenza o domicilio o posso rimanere da un parente?

La norma chiarisce l’obbligo di soggiornare al proprio domicilio di residenza o comunque nella propria dimora abituale.

È consentito trasferirsi in una cosiddetta “seconda” casa?

No, non è consentito.

È possibile uscire dal proprio Comune?

Per i residenti delle zone rosse, è in vigore il divieto di uscire dal proprio Comune di residenza, sia con mezzi di trasporto pubblici che privati, salvo che per «comprovate esigenze» di lavoro, studio e salute.

È possibile uscire per una visita medica (una visita specialistica, una visita dal dentista, un consulto dal medico curante)?

Sì. Il Dpcm consente gli spostamenti per motivi di salute, entro i quali rientrano anche le visite mediche. Ovviamente occorre specificarlo sull’autocertificazione.

Per quali altre ragioni è consentito uscire?

Il Dpcm consente gli spostamenti per comprovate esigenze di lavoro, per motivi di salute e “altri motivi ammessi dalle vigenti normative”. Tra questi ultimi c’è l’approvvigionamento di beni di prima necessità: quindi recarsi a fare la spesa, in farmacia, ad acquistare sigarette, ma anche per far rifornimento di carburante o per l’acquisto di materiale elettronico.

Resta il divieto di uscire dal territorio del Comune di residenza a meno che nel proprio Comune manchi il negozio di beni di prima necessità che interessa. Vale, in ogni caso, la regole del Comune più vicino.

È possibile uscire per una passeggiata?

Sì. Nel DPCM è scritto che l’attività motoria è consentita, fuori dall’orario previsto per il cosiddetto “coprifuoco”, in prossimità della propria abitazione. Deve sempre essere rispettato il distanziamento di almeno un metro da ogni altra persona e l’obbligo di utilizzo di dispostivi di protezione delle vie respiratorie. Per una passeggiata non è necessario avere con sé l’autocertificazione.

Cosa si intende per “in prossimità della propria abitazione”?

Non esiste, per il momento, una quantificazione precisa del concetto di “prossimità” dalla propria abitazione. Dovrebbe valere il buonsenso. Le Forze dell’Ordine valuteranno caso per caso.

È ancora previsto il “coprifuoco”?

Sì. Il “coprifuoco” entra in vigore alle 22 e si protrae fino alle 5 del giorno successivo.

Si può portare a spasso il cane?

Sì. È consentito con mascherina e fuori dagli orari previsti per il “coprifuoco”, senza autocertificazione e sempre in prossimità della propria abitazione.

È permesso accompagnare i figli a scuola, anche se la scuola si trova in un altro Comune?

Sì. Sono consentiti gli spostamenti necessari a garantire la didattica in presenza laddove autorizzata.

Quali scuole saranno chiuse e quali aperte?

Sono chiuse tutte le superiori, i licei, gli istituti tecnici, le scuole di formazione professionale. Si fa ricorso alla cosiddetta “didattica a distanza”.

Rimarranno aperti gli asili nido, le scuole materne, le scuole primarie (elementari) e le classi prime delle secondarie di primo grado (medie).

In caso di genitori o parenti anziani. È possibile portare loro la spesa? E più in generale, è possibile andare a trovarli, anche se risiedono in un altro Comune?

Sì, è consentito. Si tratta di un’evenienza che rientra nelle “comprovate esigenze”, a maggior ragione nel caso di parenti stretti in parte o del tutto non autosufficienti.

Affetti stabili. È possibile andare a trovare il/la fidanzato/a?

No. In base a una prima interpretazione del DPCM, in attesa di ulteriori chiarimenti, sembra che questa possibilità sia esclusa. Non è escluso che nelle prossime ore vengano chiariti meglio gli aspetti legati agli “affetti stabili”.

È possibile andare al bar o al ristorante?

Il decreto sospende l’attività di tutti i servizi di ristorazione, ivi compresi pub, pasticcerie, bar e gelaterie. Consentito l’asporto.

È possibile ordinare cibo da asporto?

L’attività di ristorazione da asporto è sempre autorizzata, fino alle 22.00. Vietato consumare sul posto o nelle adiacenze.

Pizza da asporto: è possibile recarsi nella pizzeria di fiducia, se fuori dal Comune di residenza?

No. È consentito uscire dal proprio Comune soltanto se nel proprio Comune non vi sia una pizzeria da asporto. In ogni caso occorre servirsi presso quella più vicina al proprio domicilio.

È possibile andare per negozi?

Sono chiusi tutti i negozi ad eccezione di alimentari, farmacie, parafarmacie, tabaccai, edicole e negozi che vendono generi considerati “di prima necessità”.

Quali sono i negozi aperti, quindi considerati “di prima necessità”?

Per generi di prima necessità si intendono: generi alimentari; carburante; materiale elettronico; ricariche e schede telefoniche; fioristi, librerie, articoli medicali e ortopedici; materiali per la cura degli animali; combustibile per uso domestico e per riscaldamento; prodotti per la cura della casa e della persona.

È possibile andare al centro commerciale?

Nelle zone rosse i centri commerciali saranno chiusi, con la sola eccezione degli esercizi diretti alla vendita di soli generi alimentari, e di farmacie, parafarmacie, tabaccai, edicole.

È possibile andare dal barbiere o dal parrucchiere?

Sì. Barbieri e parrucchieri resteranno aperti.

È possibile andare dal parrucchiere/barbiere di fiducia anche se si trova in un Comune diverso da quello di residenza?

No, non è consentito. È possibile uscire dal territorio del proprio Comune di residenza soltanto nei casi in cui nel proprio Comune di residenza non eserciti alcun parrucchiere. In ogni caso è permesso raggiungere solo il parrucchiere/barbiere più vicino al proprio domicilio.

È possibile servirsi presso un supermercato in un Comune diverso da quello di residenza?

No. È possibile uscire dal territorio del proprio Comune di residenza soltanto nei casi in cui nel proprio Comune di residenza non siano presenti supermercati.

La ragione del DPCM è quella di limitare al massimo gli spostamenti non necessari. Pertanto sarò consentito di raggiungere l’attività disponibile più vicina a casa.

È possibile andare dall’estetista?

No, il decreto impone la chiusura di tutti i centri estetici.

È possibile svolgere attività sportiva all’aria aperta?

È consentito svolgere attività sportiva e motoria all’aperto ed in forma individuale. Non vige la regola della “prossimità” alla propria abitazione, ma non sarà consentito lasciare il Comune di residenza/domicilio.

È possibile svolgere attività sportiva in una palestra o in un centro sportivo all’aria aperta?

No. Il DPCM prevede la chiusura sia delle palestre sia dell’attività dei centri sportivi all’aperto.

Durante l’attività sportiva è obbligatorio indossare la mascherina?

No. Chi pratica attività sportiva non è obbligato a indossare la mascherina fintanto che gli sia possibile rispettare il distanziamento di almeno un metro.

È possibile andare al cinema o a teatro?

No, i cinema ed i teatri sono chiusi.

È possibile andare a Messa?

Sì. Sarò consentito andare a messa, fermi restando l’obbligo di utilizzo della mascherina e del distanziamento. La norma vale per qualunque altro luogo di culto.

È possibile andare all’estero?

È consentito espatriare per esigenze lavorative, esigenze di assoluta urgenza, esigenze di salute, esigenze di studio o per rientrare presso il proprio domicilio.

Scarica in PDF il nuovo DPCM del 3 Novebre 2020 e gli allegati.

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Italia divisa in tre zone di rischio. In base a cosa?

21 indicatori assegnano il coefficiente di rischio alle Regioni

Il nuovo DPCM, il 23esimo del 2020, varato nella notte tra il 3 e 4 novembre, l’Italia è stata divisa in tre zone: Rozza, Arancione e Gialla. Ad ogni zona corrispondono quindi delle restrizioni mirate per il contenimento della crescente curva pandemica di Sars-Cov-2.

Come sono differenziate le zone di rischio?

Le zone, non modificabili per almeno due settimane, ricalcano perfettamente la geografia politica delle Regioni italiane. Il colore, e quindi il “coefficiente di rischio” attribuito ad ogni Regione, si ottiene confrontando 21 indicatori stabiliti dal provvedimento emanato il 30 aprile scorso dal Ministero della Salute.

Ad oggi, le Regioni in zona rossa, quelle con maggiori restrizioni, sono Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia e Calabria. Nella fascia intermedia, zona arancione, sono state inserite Puglia e Sicilia. Tutte le altre, con restrizioni più lievi, fanno parte della zona gialla.

Quali sono i 21 indicatori?

Gli indicatori del “coefficiente di rischio” sono divisi in tre macro-categorie:

  • capacità di monitoraggio
  • capacità di accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti
  • risultati relativi a stabilità di trasmissione a alla tenuta dei servizi sanitari
Capacità di monitoraggio
  1. Numero di casi sintomatici notificati per mese in cui è indicata la data inizio sintomi/totale di casi sintomatici notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo.
  2. Numero di casi notificati per mese con storia di ricovero in ospedale (in reparti diversi dalla TI) in cui è indicata la data di ricovero/totale di casi con storia di ricovero in ospedale (in reparti diversi dalla TI) notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo.
  3. Numero di casi notificati per mese con storia di trasferimento/ricovero in reparto di terapia intensiva (TI) in cui è indicata la data di trasferimento o ricovero in Tl/totale di casi con storia di trasferimento/ricovero in terapia intensiva notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo.
  4. Numero di casi notificati per mese in cui è riportato il comune di domicilio o residenza/totale di casi notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo.
  5. Numero di checklist somministrate settimanalmente a strutture residenziali sociosanitarie (opzionale).
  6. Numero di strutture residenziali sociosanitarie rispondenti alla checklist settimanalmente con almeno una criticità riscontrata (opzionale).
Accertamento, indagine e gestione contatti
  1. Percentuale di tamponi positivi escludendo per quanto possibile tutte le attività di screening e il “re-testing” degli stessi soggetti, complessivamente e per macro-setting (territoriale, PS/Ospedale, altro) per mese.
  2. Tempo tra data inizio sintomi e data di diagnosi.
  3. Tempo tra data inizio sintomi e data di isolamento (opzionale).
  4. Numero, tipologia di figure professionali e tempo/persona dedicate in ciascun servizio territoriale al contact-tracìng.
  5. Numero, tipologia di figure professionali e tempo/persona dedicate in ciascun servizio territoriale alle attività di prelievo/invio ai laboratori di riferimento e monitoraggio dei contatti stretti e dei casi posti rispettivamente in quarantena e isolamento.
  6. Numero di casi confermati di infezione nella regione per cui sia stata effettuata ima regolare indagine epidemiologica con ricerca dei contatti stretti/totale di nuovi casi di infezione confermati.
Sensibilità di trasmissione e tenuta del sistema sanitario
  1. Numero di casi riportati alla Protezione Civile negli ultimi 14 giorni.
  2. Rt calcolato sulla base della sorveglianza integrata ISS (si utilizzeranno due indicatori, basati su data inizio sintomi e data di ospedalizzazione).
  3. Numero di casi riportati alla sorveglianza sentinella COVID-net per settimana (opzionale).
  4. Numero di casi per data diagnosi e per data inizio sintomi riportati alla sorveglianza integrata COVID-19 per giorno.
  5. Numero di nuovi focolai di trasmissione (2 o più casi epidemiologicamente collegati tra loro o un aumento inatteso nel numero di casi in un tempo e luogo definito).
  6. Numero di nuovi casi di infezione confermata da SARS-CoV-2 per Regione non associati a catene di trasmissione note.
  7. Numero di accessi al PS con classificazione ICD-9 compatibile con quadri sindromici riconducibili a COVID-19 (opzionale).
  8. Tasso di occupazione dei posti letto totali di Terapia Intensiva (codice 49) per pazienti COVID-19.
  9. Tasso di occupazione dei posti letto totali di Area Medica per pazienti COVID-19

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Fontana ordina il coprifuoco in Lombardia: dannoso per l’economia e probabilmente inutile

Dopo l’ok del Ministro Speranza si attende l’ordinanza: coprifuoco dalle 23 alle 5, didattica a distanza nelle scuole secondarie e chiusi i centri commerciali non alimentari nei weekend.

La Regione Lombardia, con l’Ok del Ministro Speranza e dei sindaci dei capoluoghi di Regione, è al lavoro per varare nelle prossime ora la nuova “ordinanza coprifuoco” per cercare di contrastare l’aggravarsi della pandemia.

Il coprifuoco dalle 23 alle 5

Regione Lombardia ha chiesto al governo Conte, nella persona del Ministro della Salute, Roberto Speranza, ed ottenuto parere positivo, per lo stop di tutte le attività e degli spostamenti, ad esclusione dei casi di comprovata necessità, o per motivi di salute e di lavoro, nell’intera Lombardia dalle ore 23 alle 5 del mattino a partire da giovedì 22 ottobre.

La proposta è stata avanzata al Governo dai i Sindaci dei Comuni capoluogo di Regione, insieme al presidente dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), Mauro Guerra, ai capigruppo di maggioranza e di opposizione e al governatore Attilio Fontana.

“Credo sia opportuno prendere un’iniziativa come questa che è simbolicamente molto importante ma non dovrebbe avere delle conseguenze di carattere economico particolarmente gravi, senza però lasciare che la situazione peggiori. Ho sempre sostenuto che l’Italia non si può permettere un lockdown, dal punto di vista economico ma anche psicologico. Dobbiamo evitarlo, dobbiamo trovare la strada migliore per evitarlo”.

Attilio Fontana, Quarta Repubblica su Rete4 il 19 ottobre 2020

Bar, ristoranti e sale giochi

L’ordinanza prevede la chiusura dalle 23 di tutte le attività. Nei bar e ristoranti le consumazioni saranno consentite dopo le 18 solo al tavolo. Sono anche chiusi dalle 18 alle 6 del mattino i distributori automatici di alimenti e bevande posti sulle pubbliche vie.

Chiuse in tutta la Regione le sale scommesse, sale giochi e le sale bingo. Vietato l’uso delle slot machines nei bar e in qualsiasi altro esercizio pubblico.

Didattica a distanza

Regione Lombardia ha deciso anche l’alternarsi tra distanza e presenza delle attività didattiche per tutte le scuole secondarie di secondo grado e le istituzioni formative professionali di secondo grado. Raccomandazione alle università di attivare la didattica a distanza appena possibile.

Mezzi di trasporto

Secondo le prime indiscrezioni, come di consuetudine, ci saranno adeguate norme stringenti per le società di trasporto private, ma nessuna stretta sui trasporti pubblici, se non lo scaglionamento degli ingressi a scuola. In tutta la Regione i pendolari potranno continuare ad ammassarsi su pullman, metro e tram, l’importante è che siano ben stipati per raggiungere il posto di lavoro o la scuola, ma che non facciano acquisti nei weekend.

Metropolitana di Milano

Fontana ha fatto bene i calcoli?

Sicuramente conoscerà i numeri in ascesa dei nuovi positivi, ieri 1687, di cui il 90-95% asintomatici e poco infettivi, ma sicuramente parla a sproposito dichiarando che la nuova ordinanza “non dovrebbe avere delle conseguenze di carattere economico particolarmente gravi”.

Secondo una ricerca della Camera di Commercio di Milano è emerso che la Lombardia si classifica al primo posto in Italia per numero di imprese ristorative: 22,000 ristoranti e 26,000 bar. Come potrebbero sopravvivere queste imprese, già molto compromesse dal primo lockdown, con le nuove restrizioni e senza concreti aiuti economici dal Governo?

Non dimentichiamo che Fontana, ancora indagato dalla Procura di Milano, si è interessato al fatturato di Dama spa, per la fornitura di mezzo milione di euro di camici, in quanto di proprietà del cognato Andrea Dini e di sua moglie Roberta Dini; ma non si interessa anche alle altre aziende presenti sul territorio? Secondo Unioncamere, infatti, il 1° trimestre del 2020 ha già visto chiudere oltre 20.000 attività, e nel 2° trimestre ne sono state chiuse altre 9.880. Quante ne chiuderanno ancora?

Perché non usare il modello Stoccolma?

A Stoccolma, come in tutta la Svezia, la strategia di non attuare alcun lockdown ha funzionato. Sotto la guida dell’epidemiologo Anders Tegnell, direttore dell’Agenzia di Sanità Pubblica svedese, la Svezia, ha semplicemente puntato sul buonsenso e su un minimo distanziamento sociale, una sorta di immunità di gregge, senza distruggere la propria economia e mettendo in ginocchio i propri cittadini.

Mettendo i dati svedesi a confronto con quelli italiani, possiamo notare che l’assenza di restrizioni ha generato meno morti: 61 morti ogni 100.000 abitanti in italia, contro i 57 morti, sempre ogni 100.000 abitanti, in Svezia.

Dal punto di vista economico, la Svezia, seppur in sofferenza, secondo le stime della Commissione Europea perderà il 5,3% del proprio Pil. L’Italia, devastata da lockdown e restrizioni, perderà, secondo le stime dal 10,2 al 12,4% del suo Pil.

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Italia pronta a fallire: in arrivo coprifuoco serale e chiusure settoriali.

Oltre al coprifuoco notturno e le chiusure di migliaia di attività, avanza anche l’ipotesi di didattica a distanza per le scuole superiori.

Governo e Ministero della Salute stanno studiando un nuovo giro di vite per arginare i numeri in crescita dell’emergenza Coronavirus. In accordo con le regioni potrebbero essere istituiti dei lockdown regionali, direttamente dai governatori. Al momento le misure al vaglio sono: coprifuoco dalle 22; chiusura di palestre, parrucchieri, barbieri, centri estetici, cinema e teatri; didattica a distanza per le scuole superiori.

Quanto sono realmente preoccupanti i numeri dei contagi?

I dati ufficiali di ieri, 15 ottobre 2020, mostrano una netta crescita di positivi: 8.804, di cui il 95% asintomatici e con ridotta carica virale, a fronte del record di 162.932 tamponi. In aumento anche i ricoveri ospedalieri, che però, come conferma Giorgio Palù, past president delle Società Italiana ed Europea di Virologia, rappresentano il 6% dei positivi. Da considerare, inoltre, che molti dei ricoverati sono soggetti paucisintomatici, e per molti altri si tratta di ricoveri sociali: persone anziane e sole. Questi dati evidenziano ancora una volta che la situazione è ben differente da quella dei mesi di marzo ed aprile. Crescono i contagi all’aumentare del numero dei tamponi, è logico, ma la letalità del Covid-19 è stabile, tra i positivi, tra lo 0,3 e lo 0,4%.

Quanto interessa al Governo il pensiero del Comitato Tecnico Scientifico?

Da un lato il Governo Conte già prevede misure più drastiche per il contenimento del virus, dopo aver varato l’ennesimo DPCM appena due giorni fa’. Dall’altro, Agostino Miozzo, coordinatore del CTS, dichiara: “Il Cts non sta facendo alcun pressing sul governo. Stiamo pensando di convocare una riunione del Cts nelle prossime ore, ma nessuno ci ha chiesto nulla, né noi abbiamo chiesto nulla“.
Sebbene sia innegabile che nelle scorse ore, ambienti vicini al Comitato, avevano comunicato che sarebbero serviti provvedimenti più restrittivi per far fronte all’incremento dei contagi, risulta assurdo che un Governo (composto da avvocati, ex bibitari, ex comici, ex disoccupati cronici, ecc), dopo aver appena prorogato lo stato d’emergenza sanitaria, si arroghi il diritto, senza il parere di un comitato di esperti, di decidere per il futuro di un’intera nazione.

Il rischio del fallimento sociale

Secondo uno studio del Sole24Ore condotto su un campione di 3,4 milioni di persone a livello mondiale, e pubblicato il 25 Giugno 2020, è emerso che la solitudine fa aumentare il rischio di morte precoce del 26%, l’isolamento sociale del 29%, e vivere soli del 32%. Certamente la ricerca sugli effetti dell’isolamento sociale legati alla mortalità erano a lungo termine, tuttavia, l’angoscia significativa causata da queste pratiche di isolamento (didattica a distanza, chiusura di luoghi d’aggregazione, ecc) portano ad effetti negativi sul benessere e sulla salute mentale di ogni individuo: soprattutto in termini di disturbi alimentari, di alcolismo e di gioco d’azzardo telematico.

Il sicuro fallimento economico

Un virus con una letalità minore dello 0,001% a livello nazionale (fonte: epicentro.iss.it), in concomitanza con un Governo, molto probabilmente di incapaci, che prende decisioni spesso contrarie al Comitato Tecnico Scientifico, non potrà che portare i cittadini alla fame, ed alla “guerra dei poveri”.

Secondo l’Istat, l’impatto della crisi Covid-19 determina seri rischi per la sopravvivenza del 38,8% delle imprese italiane. Una catastrofe economico-sociale che farebbe perdere il posto di lavoro a circa 3,6 milioni di italiani.

Probabilmente, ma non sicuramente, barricandosi in casa ed interrompendo qualsiasi rapporto sociale non contrarranno il Coronavirus, ma certamente il loro problema sarà pagare il mutuo della casa in cui vivono, fare la spesa, e sostenere le spese di primaria necessità.

Se gli italiani non tornano a mangiare ai ristoranti, forse non si ammalano, ma i ristoranti chiudono e lasciano a casa il personale.
Se gli italiani non vanno dal parrucchiere o dal barbiere, forse non si ammalano, ma i saloni chiudono e lasciano a casa il personale.
Se gli italiani non vanno al cinema o a teatro, forse non si ammalano, ma i cinema ed i teatri chiudono e lasciano a casa il personale.

Forse chiudere tutto, anche a fasce orarie, potrebbe essere una delle soluzioni per difenderci da un virus ormai poco letale, ma sicuramente è la scelta migliore per mettere in ginocchio milioni di italiani.

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