Ristoranti e bar in zona rossa o arancione: servizio al tavolo consentito per i lavoratori!

Convertirsi in mensa aziendale per tenere aperto in zona rossa è possibile? Ci sono diversi casi riscontrati in Lombardia. Questo è possibile e lecito!

Di questi tempi, a qualcuno di voi sarà capitato mentre la Lombardia era in zona rossa (o arancione), camminando in città, di vedere ristoranti aperti a pranzo con clienti seduti al tavolo. Qualcuno si sarà lamentato su Facebook o avrà pubblicato foto scattate a questi ristoratori che si fanno beffa dei regolamenti e dei decreti.
Dopo aver letto questo articolo forse eviterete certi commenti e certe critiche perché potreste fare una magra figura.
È vero che il DPCM 3.11.2020 ha stabilito la chiusura di tutti i ristoranti, bar, gelaterie e pasticcerie nelle zone arancioni e rosse. Tuttavia possono rimanere aperte le “mense”.

Analizzare il DPCM

Il DPCM del 03.11.2020, recante “Misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica del COVID-19“, prevede particolari misure di contenimento applicabili alle regioni classificate rosse o arancioni, ossia con “elevata” e “massima” gravità.

In particolare gli articoli 2 e 3 del citato DPCM prevedono, per le zone arancioni e rosse, la sospensione delle attività di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie e pasticcerie) ad esclusione “delle mense e del catering continuativo su base contrattuale”.

Lo scopo del provvedimento è quello di limitare gli assembramenti e conseguentemente le possibilità di contagio, quindi non è più possibile andare al ristorante per il semplice gusto di stare in compagnia. Rimangono così aperte solamente le mense, le quali devono garantire ai lavoratori, soprattutto quelli che non lavorano vicino al proprio domicilio, di consumare un pasto caldo nel corso della loro giornata lavorativa.

Che differenza c’è tra ristorante e mensa?

La differenza sostanzialmente sta nel codice ATECO; codice che rappresenta la classificazione delle attività economiche in base all’attività svolta. Questa tipologia di classificazione adottata dall’Istituto Nazionale di Statistica italiano, serve, generalmente, per le rivelazioni statistiche nazionali di carattere economico. Dunque ogni codice  corrisponde ad una specifica attività economico-produttiva.

L’attività di “ristorante con somministrazione” corrisponde al codice ATECO 56.10.11, mentre l’attività di “mensa” corrisponde al codice ATECO 56.29.10. Evidentemente due codici di attività diversi tra loro, ma la legge, di fatto, non si prende carico di fornire una esaustiva definizione del concetto di “mensa aziendale”.

In parole semplici: la mensa aziendale è quel luogo organizzato direttamente dal datore di lavoro, oppure gestito da terzi, dove viene somministrato il vitto ai lavoratori; il ristorante, è l’esercizio dove vengono somministrati cibi e bevande a chiunque sia disposto a pagare il corrispettivo richiesto.

Dunque, da un punto di vista formale, sembrerebbe che il DPCM 3.11.2020 consenta solo ai possessori di codice ATECO 56.29.10 di rimanere aperti nelle zone arancioni e rosse, ma questo formalismo genera inevitabilmente iniquità.

Non tutte le aziende sono dotate di una mensa interna e, pertanto, molte sono costrette ad avvalersi di attività esterne all’azienda stessa. Creando questa disparità si rischierebbe di mettere i lavoratori, le cui aziende sono prive di mensa interna, nell’impossibilità di consumare un pasto caldo, e soprattutto al caldo, in quanto tutti i ristoranti nei pressi del luogo di lavoro devono restare chiusi in applicazione del DPCM in vigore.

Bar o ristorante: possono fungere da mense aziendali

Il ragionamento ora ricade sul fatto che un comune pubblico esercizio, bar o ristorante che sia, nel caso in cui si limiti a fornire il vitto ai lavoratori, svolgendo di fatto la stessa attività delle mense, possa rimanere aperto nonostante la l’attuazione del DPCM e fornire il pasto ai soli lavoratori.

Autorevoli argomentazioni, a supporto di questa tesi, sono rinvenibili nelle Circolari del Ministero delle Finanze n. 326 del 23.12.1997 e n. 188 e del 16.7.1988. Le summenzionate circolari includono nel concetto di mensa aziendale non solo le somministrazioni di vitto in mense organizzate direttamente dal datore di lavoro, ma anche le somministrazioni di vitto in mense che siano gestite soggetti al di fuori dell’azienda.

Il Ministero delle Finanze, nella richiamata Circolare 326/97, appunto cita “tenuto conto della nuova formulazione della norma, è opportuno precisare che tra le prestazioni di vitto e le somministrazioni in mense aziendali, anche gestite da terzi, sono comprese le convenzioni con i ristoranti

Infine, anche l’Agenzia Entrate, con la Risoluzione n. 63 del 17.5.2005 conviene su quanto detto prima, estendendo addirittura anche ad ogni bar e ristorante, munito di convenzione con i datori di lavoro, la qualifica di “mensa aziendale”. Il principio resta valido anche nel caso in cui siano direttamente i lavoratori a pagare mediante mezzi propri.

Pranzo al caldo anche per i lavoratori autonomi

Considerando le fonti citate precedentemente possiamo in definitiva affermare che un pubblico esercizio che fornisca vitto esclusivamente ai lavoratori possa essere equiparato ad una mensa, qualora venga stipulata un’apposita convenzione. Non solo, la somministrazione sarebbe consentita anche ai lavoratori autonomi purché in possesso di partita IVA, i quali, per ragioni di lavoro, si trovino impossibilitati a consumare un pasto in mensa o rientrare al proprio domicilio.

Sfogliando diversi organi di informazione online, si trovano vari esempi di ristoranti e bar che si sono, durante questo eccezionale periodo, “convertiti” in mese aziendali.


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Chi ha più probabilità di ammalarsi di Covid?

Sicuramente c’è un aspetto del Sars-Cov-2 che ha completamente spiazzato gli esperti: alcuni soggetti possono tollerare il Covid-19 senza conseguenza

Alcuni pazienti si ammalano in forma grave, altri, invece, non subiscono alcun danno dal virus. Da una parte abbiamo visto terapie intensive sature di pazienti affetti da Sars-Cov-2, dall’altra molte persone chiuse nelle loro abitazioni senza alcun sintomo. Gli scienziati sembrano non avere ancora una risposta univoca, ma sicuramente un punto che accomuna tutte le ricerche esiste: la risposta immunitaria.

La prof.ssa Caterina La Porta, del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali, e il prof. Stefano Zapperi, del Dipartimento di Fisica, entrambi dell’Università di Milano, hanno pubblicato uno studio per far luce proprio su questo aspetto. Il loro lavoro potrà contribuire alla comprensione di come tollerare il Covid-19; capire perché il Sars-Cov-2 sviluppi una malattia mortale in alcune persone ed un banale raffreddore, se non nulla, in altre.

Antigene leucocitario umano (HLA)

Il sistema HLA, fa parte delle complesso sistema di “difesa” del nostro organismo. Il suo ruolo è di determinare la presenza, sulla membrana delle nostre cellule, di molecole che permettono il riconoscimento delle cellule stesse come proprie dell’organismo, quindi da non attaccare, o estranee all’organismo, e quindi da eliminare. Questo sistema fa parte del Complesso Maggiore di Istocompatibilità (MHC), e tutte le sue specifiche sono “scritte”, nel genere umano, su cromosoma 6. Purtroppo però, questo sistema è diverso da individuo ad individuo, e si differenzia per “alleli”. Si definisce proprio per questo motivo: polimorfo.

Dalla teoria alla pratica

“Ciò che noi abbiamo voluto indagare con il nostro lavoro – spiega la professoressa La Porta – è stata la risposta immunitaria al virus SARS-CoV-2 in rapporto ai vari alleli di HLA, cioè se alcuni alleli fossero in grado di legare meglio i peptidi del virus e quindi di attivare i linfociti T. Questo ci ha permesso di classificare l’aggressività della malattia COVID-19 in base alla compatibilità tra i peptidi del virus e i diversi tipi di HLA”. In parole semplici, lo studio permette di conoscere quali persone saranno più o meno a rischio di contrarre la malattia in modo severo.

I ricercatori, nel loro studio, hanno simulato al computer un’infezione di SARS-CoV-2, e studiato la reattività alle possibili varianti di MHC conosciute dalle proteine più importanti del virus, come la ben nota proteina “spike”. Ci sono peptidi (composti chimici che formano le proteine) del virus che mostrano una forte affinità con certi alleli di HLA e altri, invece, che hanno una debole affinità. Il gruppo di ricercatori italiani ha quindi dimostrato che i peptidi che legavano molto bene uno specifico allele HLA, attivavano una risposta immunitaria.

Tollerare il Covid è una questione genetica

Il passo successivo della ricerca è stato quello di verificare, geograficamente, la distribuzione degli alleli HLA nella popolazione umana. Gli scienziati hanno potuto confermare che certe popolazioni, in particolari quelle asiatiche, hanno minore affinità per il peptide (ovvero una minor risposta immunitaria) rispetto a quello caucasiche. “In pratica, abbiamo gettato le basi per organizzare un sistema semplice e potente in grado di distinguere gli individui in base al rischio di andare incontro a una forma aggressiva o meno di COVID-19” – spiega sempre la professoressa La Porta.

Per capire, in linea di massima, quanto è possibile tollerare il Covid per ognuno di noi è sufficiente un esame del sangue. “La tipizzazione dell’HLA è un esame che si esegue di routine in persone che si sottopongono a trapianto d’organo. Perciò, con un semplice esame del sangue – conclude La Porta – è possibile ricavare il proprio HLA, e da qui si può capire se quel particolare HLA è posizionato nella regione ad alta o bassa affinità per i peptidi del virus SARS-CoV-2″

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L’assurda divisione dell’Italia in Regioni colorate

La situazione dei positivi in tutta Italia pare non essere chiara e molti cittadini sollevano il dubbio che l’assegnazione dei colori non rispetti i dati reali sull’epidemia

La recente firma del DCPM del 14 gennaio ha destato non pochi dubbi sull’assegnazione delle fasce di rischio delle rispettive Regioni. In molti si domandano il motivo per cui alla Lombardia sia stata designata la zona rossa quando i dati nazionali suddivisi per Regione lascerebbero intendere altro.

La situazione in Lombardia

La Lombardia è stata etichettata come “zona rossa” in base al famoso indice R(t), ovvero l’indice calcolato in base ai dati raccolti dalle varie ASST territoriali e convogliate al centro di raccolta dati. Da quanto si evince dai dati stessi e dalle dichiarazioni pubbliche del Governatore della Lombardia, tale decisione sarebbe però discutibile: secondo le informazioni in possesso da Regione Lombardia i dati utilizzati per il calcolo sarebbero del 30 dicembre e non del 16 gennaio.
Attilio Fontana stesso ha comunicato, in una intervista rilasciata il 16 gennaio alla trasmissione Pomeriggio Cinque, che la Regione si opporrà, facendo ricorso al TAR del Lazio, contro la decisione presa dal Ministero della Sanità.

Lombardia a confronto con altre regioni

Ad avvalorare la tesi che la gestione dei dati ed il calcolo dell’indice (Rt) non siano così attendibili si aggiungono i numeri stessi dei contagi in altre Province e Regioni d’Italia.

L’Italia a confronto: a sinistra le Regioni colorate dal Governo, a destra le Province colorate da GediVisual

Dai dati pubblicati dall’osservatorio GediVisual possiamo agevolmente far notare alcuni esempi.

La Provincia di Roma, che conta 4.253.314 abitanti, ossia  il 73,89% della popolazione dell’intera Regione Lazio, è la Provincia con il tasso di positivi più alto d’Italia, con ben 1.282 nuovi positivi. Tuttavia il Lazio, che il 16 gennaio contava un totale 74298 positivi, ovvero l’1,27% sulla popolazione, rimane in “zona arancione”.

Spostandoci in Campania, nelle stesse 24 ore, si sono registrati 1.132 positivi, (592 solo nella provincia di Napoli, la quale si vede in una situazione peggiore alle province di Milano e Torino). Sommando il totale dei positivi delle altre Province campane, otteniamo un totale di 74066 positivi, ovvero l’1,30% di positivi sulla popolazione totale. Eppure accolta in “zona gialla”.

Anche il Veneto non è in una situazione felice: sempre il 16 gennaio, la Provincia di Venezia ha registrato 456 nuovi casi raggiungendo un totale di 47.039; per quanto riguarda invece tutta la regione Veneto i nuovi casi sono stati 1929 che, sommati agli altri, portano il Veneto ad un totale di 72371, quindi il rapporto tra positivi e popolazione è dell’1,48%. Questo dato però, secondo il Governo, permette alla Regione Veneto di essere “zona arancione”.

Infine, prendendo i dati della Lombardia, attualmente “zona rossa”, notiamo che i nuovi casi della provincia di Milano il 16 gennaio erano 729, con un incremento regionale di 2134 nuovi casi, che portano il totale dei positivi in Lombardia a 57998. Facendo il rapporto sulla popolazione, che ricordiamo essere la più numerosa a livello nazionale, la percentuale di positivi sul totale degli abitanti è uguale allo 0,58%.

Dati “sporchi” e problematica del “ritardo” nel calcolo dell’indice R(t)

In definitiva, alle regioni vengono assegnati i tre differenti colori in base a questo misterioso indice R(t), che può però essere calcolato con diversi algoritmi, e risultati matematicamente corretti, ma completamente differenti.

Carlo Cottarelli e Giulio Gottardo nella loro analisi, pubblicata sul sito della Università Cattolica il 18 novembre scorso, spiegano che “c’è un problema che riguarda “il ritardo” delle stime dell’Rt. Ragionevolmente, l’ISS utilizza dati “consolidati” sul numero di contagiati. Il consolidamento consiste nel correggere i numeri dei nuovi casi (sintomatici) per tenere conto di tutte le particolarità nel tempismo della loro registrazione e comunicazione. Inoltre, da questo totale si sottraggono anche i cosiddetti “casi importati”, per evitare di gonfiare erroneamente l’Rt di una regione (o del paese intero). Queste operazioni di consolidamento ed esclusione richiedono diversi giorni, facendo sì che l’Rt disponibile sia al massimo quello della settimana precedente“.

Il fisico Giorgio Sestili spiega che “il calcolo dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare utilizza una formula più classica, rispetto all’ISS, considerando la totalità dei casi e dei guariti, ma genera una sovrastima perché il dato dei guariti è molto sporco, con percentuali che variano da regione a regione; calcolando i soli sintomatici l’Iss elimina il rischio di una sovrastima, ma ottiene una sottostima”.

Recentemente si legge inoltre su diverse testate nazionali e pubblicazioni scientifiche che alcuni esperti hanno messo in dubbio l’affidabilità dei dati utilizzati per il calcolo del cosiddetto “indice Rt, presentando diversi problemi, dovuti alla qualità dei dati utilizzati per calcolarlo.

Dall’Rt alla logica del Governo

Al di là delle complesse formule matematiche, ogni persona dotata di un minimo di intelletto capirà che nella provincia di Milano i casi siano più significativi che nella provincia di Isernia, semplicemente per via della popolazione e soprattutto della densità di popolazione della prima rispetto alla seconda.

Quello che il Governo non sta invece calcolando nella maniera più assoluta, è l’incidenza e le conseguenze sulle attività commerciali e produttive. Una valutazione dei dati sommaria sulla quale si basano DPCM disordinati, con repentine variazioni che gravano, con perdite di introiti, a commercianti ed imprenditori. Una sequenza, che dura da ormai 10 mesi, di chiusure forzate che poi, forse inaspettatamente, non danno i risultati sperati. In molti, alla luce dei dati pubblicati da diversi enti, iniziano a chiedersi il senso logico dei continui atti amministrativi, senza valore di Legge, con cui il Governo vorrebbe salvarci dalla pandemia.

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“Test rapidi” poco affidabili: troppi falsi negativi!

Arriva l’autunno e con le prime influenze sarà panico: i test rapidi saranno solo un placebo.

Nell’ultimo mese, alcune regioni italiane stanno facendo un ampio ricorso ai cosiddetti “test rapidi” per individuare potenziali contagiati al nuovo Coronavirus, soprattutto negli aeroporti, per il controllo dei passeggeri di ritorno da Paesi come Spagna e Grecia.

Questi test però, a differenza dei tamponi molecolari di cui sentiamo parlare quasi ogni giorno da ormai sette mesi, hanno un’affidabilità limitata.

Facciamo chiarezza e confrontiamo i test: quali sono, come vengono eseguiti e la loro affidabilità.

Quali test esistono e le loro differenze

Quando si sente parlare di “test” per il nuovo Sars-CoV-2, si fa riferimento a tre strumenti diversi:

il primo è quello del tampone faringeo o naso-faringeo, meglio conosciuto come tampone molecolare o Pcr (Polymerase Chain Reaction, nome della tecnica di rilevamento utilizzata). Permette di diagnosticare con una probabilità di errore dall’1 al 4% un’infezione in atto. Ricerca l’Rna virale del nuovo Coronavirus, dato che ne esistono 7 differenti tra loro, ma il procedimento di analisi può durare da diverse ore ad alcuni giorni;

il secondo tipo di test è il comunemente chiamato “sierologico”, e viene effettuato attraverso il sangue. Serve a individuare la presenza nel liquido plasmatico degli anticorpi prodotti dal sistema immunitario in risposta all’infezione da Sars-CoV-2. Bisogna sottolineare però che un test sierologico di per sé non è sufficiente per diagnosticare un’infezione in atto: se si risulta positivi al sierologico, serve comunque un tampone molecolare per confermare la positività al nuovo Coronavirus. I casi di falsi negativi sono molto comuni; come dimostrato dai test sierologici “made in china”, ritirati dal mercato spagnolo, che hanno prodotto un risultato del 70% di falsi negativi;

come terza tipologia ci sono i test antigenici. Conosciuti anche con il nome di “test rapidi”. Sono sempre effettuati con un tampone faringeo o naso-faringeo, ma il campione raccolto viene analizzato con una tecnica completamente differente rispetto alla Pcr. Danno risultati in un periodo di tempo molto breve (anche in pochi minuti), ma sono di gran lunga meno affidabili rispetto a quelli molecolari. Un aspetto sicuramente di non di secondaria importanza nel contenimento di un’epidemia. Non consideriamo i test salivari che sono ancora in fase di studio e scarsamente utilizzati.

Misurare l’affidabilità dei test: sensibilità e specificità

L’affidabilità dei test, che siano molecolari, sierologici o antigenici, si misura in percentuale in considerazione alla sensibilità ed alla specificità.

La sensibilità corrisponde alla proporzione di positivi al Sars-CoV-2 identificati correttamente in quanto tali: più è alta è la percentuale di sensibilità di un test, più è bassa la probabilità di incorrere in falsi negativi. Ovviamente il falso negativo è una persona che secondo il test non è infetta, ma che in realtà lo è.

La specificità invece corrisponde alla proporzione di negativi che sono correttamente identificati come negativi al virus: più è alta la specificità di un test, più è bassa la probabilità di incorrere in falsi positivi. In altre parole l’opposto di un falso negativo: persone che secondo il test sono contagiate, quando in realtà non lo sono.

Quanto sono affidabili i test?

Secondo le evidenze scientifiche più recenti, i tamponi molecolari, ovvero trattati con tecnica di rilevamento RT Prc, sono i test considerati più affidabili, con sensibilità e specificità del 95% (fonte Unipd).

I test antigenici, o “test rapidi”, come dice già il nome, si pongono come priorità la velocità di diagnostica e non l’affidabilità. Hanno una sensibilità ridotta del 65% e una specificità del 90% (fonte CerTest Biotec).

L’affidabilità dei test sierologici, invece, varia molto a seconda del numero di giorni che sono trascorsi dal momento dell’infezione; più giorni passano più i sierologici sono affidabili. La percentuale è quindi molto variabile.

La grande problematica dell’uso dei test rapidi

Il potenziale problema dei “test rapidi” sorge dal momento che il governo italiano ha deciso di autorizzarli, per aumentare la capacità delle autorità sanitarie regionali di individuare i nuovi casi di Sars-CoV-2.

Appena iniziato l’autunno, con i primi raffreddori e sintomi influenzali, sembra evidente che sarà necessario eseguire molti più test rispetto ai centomila giornalieri eseguiti nelle ultime settimane.

Saranno i test rapidi, con la loro scarsa sensibilità a proteggerci dalla potenziale seconda ondata? Sembrerebbe proprio di sì. Saranno utilizzati per il controllo delle persone che entrano nel nostro Paese da zone a rischio Covid attraverso porti ed aeroporti, nelle scuole, negli uffici pubblici e forse anche nelle grandi aziende per il controllo del personale.

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Positivi al Covid-19: solo in pochi sono contagiosi

Non tutti i positivi al Cov-Sars-2 sono contagiosi, dipende dalla carica virale.

Dalla metà di agosto è in aumento la curva dei positivi. I media fanno leva sull’allarmismo, trasmettendo continuamente il numero di positivi in costante aumento. Ma facciamo chiarezza sul significato di “positivi” e di “asintomatici”, alla luce del termine “carica virale”.

Cos’è la carica virale?

La carica virale, conosciuta anche come “carico virale” o “titolo virale”, è un’espressione numerica della quantità di virus in un dato volume. Nel caso specifico del Coronavirus, questo numero esprime quante particelle virali siano presenti per ml di fluido corporeo esaminato. Più nel dettaglio, esprime quante copie di Rna virale siano presenti per ogni ml di espettorato o di plasma sanguigno.

Tutti i positivi sono infetti?

Secondo recenti studi, e le dichiarazioni di Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, la risposta è negativa. Secondo lo stesso scienziato, un positivo con carico virale inferiore a 100.000 copie di Rna, non presenta sostanziali rischi di contagio.

Ha dichiarato Remuzzi riguardo lo studio condotto su 133 ricercatori della struttura da lui guidata e su 298 dipendenti della Brembo: “In tutto, 40 casi di tamponi positivi. Ma la positività di questi tamponi emergeva solo con cicli di amplificazione molto alti, tra 34 e 38 cicli, che corrispondono a meno di diecimila copie di Rna virale”.

Quelli che vengono indicati come “nuovi positivi“, (+1.462 al 28 agosto 2020) non sono quindi tutti contagiosi o malati.

Gli asintomatici sono contagiosi?

La paura degli asintomatici, come possibili “untori”, sta dilagando. Importante sottolineare che già nei primi di Giugno, L’Organizzazione Mondiale della Sanità , aveva rilasciato una dichiarazione: “i soggetti positivi e asintomatici hanno meno probabilità di diffondere il contagio del Sars-Cov-2 rispetto a quelli che hanno sviluppato sintomi”.

L’infettivologo Matteo Bassetti, ha sottolineato le 4 categorie esistenti di asintomatici, con le rispettive possibili cariche virali di ogni categoria:

  • gli asintomatici che resteranno tali e che sono portatori sani del virus. Presentano una bassa carica virale e quindi bassa probabilità di contagiare;
  • i pre-sintomatici, ovvero quelli in fase si incubazione, che nel giro di qualche giorno svilupperanno i sintomi. Presentano una più alta carica virale con una conseguente maggiore probabilità di essere contagiosi;
  • i paucisintomatici, ovvero soggetti che presentano sintomi lievissimi e che spesso passano inosservati, con una media carica virale e relativa probabilità di essere contagiosi;
  • i “non più sintomatici”, quelli che sono guariti e che dopo due tamponi negativi tornano ad avere positività. Questi hanno una carica virale bassissima o addirittura nulla, e non sono in grado di trasmettere l’infezione.

L’acceso dibattito tra scienziati

Da un lato si pongono l’Istituto Superiore di Sanità, il Consiglio Superiore di Sanità, ed i principali media, che dichiarano: “il virus c’è ancora e non è meno aggressivo!”.

Dall’altro si schierano i più importanti virologi e scienziati italiani (Alberto Zangrillo, Matteo Bassetti, Arnaldo Caruso, Massimo Clementi, Luciano Gattinoni, Donato Greco, Lucà Lorini, Giorgio Palù, Roberto Rigoldi e Giuseppe Remuzzi), che hanno firmato un breve documento, anti-allarmistico, già due mesi fa’, e riportato in molte testate, nel quale spiegano che i nuovi positivi saranno poco o per nulla contagiosi.

Il testo completo:

“Evidenze cliniche non equivoche da tempo segnalano una marcata riduzione dei casi di Covid-19 con sintomatologia. Il ricorso all’ospedalizzazione per sintomi ascrivibili all’infezione virale è un fenomeno ormai raro e relativo a pazienti asintomatici o paucisintomatici. Le evidenze virologiche, in totale parallelismo, hanno mostrato un costante incremento di casi con bassa o molto bassa carica virale. Sono in corso studi utili a spiegarne la ragione. Al momento la comunità scientifica internazionale si sta interrogando sulla reale capacità di questi soggetti paucisintomatici e asintomatici di trasmettere l’infezione”.

Convivere con il virus

La scienza rimane ancora divisa. I Governi di tutto il mondo mettono in moto strategie differenti: dal lockdown all’immunità di gregge. I media creano allarmismo e sui social crescono gruppi negazionisti.

L’unica strategia vincente potrebbe essere di imparare a convivere con questo virus senza ulteriore terrorismo mediatico e senza negazionismo. L’economia deve ripartire, così come l’istruzione. Smettere di “vivere” per la paura di un virus porterebbe solo all’annichilimento dell’Uomo.

La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia.

Mahatma Gandhi

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La curva dei contagi in salita: un falso che crea allarmismo

Ricercatori e virologi si dividono: leggere i numeri senza farci influenzare da politica ed economia.

Negli ultimi giorni, con il rientro di molti dalle vacanze all’estero, il numero dei contagi è aumentato. Questo è innegabile. Da meno di 500 casi al giorno, il 22 agosto si è superata la “fatidica” soglia di 1000 nuovi positivi. Ma la curva dei contagi davvero è pericolosamente in ascesa? L’analisi matematica dei dati dimostra che non dobbiamo lasciarci prendere dall’ansia e dalla fobia del contagio.

Una curva di contagi che divide i ricercatori

Purtroppo, senza entrare nel merito della questione, politica ed interessi economici dividono anche ricercatori e scienziati. La credibilità della ricerca scientifica diminuisce, e si generano ansie e paure infondate.

Fabrizio Sebastiani, ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), ha dichiarato: “Se non invertiamo immediatamente la rotta, c’è il rischio che il Paese si ritrovi a vivere la situazione drammatica di qualche mese fa”.
La virologa Ilaria Capua, invece, con Zangrillo e Bassetti, si schiera contro l’allarmismo da pandemia. Per la responsabile dell’One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, pur invitando sempre alla prudenza, è sbagliato definire i nuovi casi con il termine “malati”.

La curva dei nuovi positivi

Se si considera il numero puro dei nuovi casi, innegabilmente è aumentato. Il 14 agosto i nuovi positivi accertati erano 574, il 22 agosto ne sono stati contati 1071, quasi il doppio, per l’esattezza l’86,6% in più. Ma un semplice numero non definisce una curva dei contagi. La percentuale dei positivi rispetto ai tamponi eseguiti giornalmente può invece definire un trend. In questo caso, tra il 14 ed il 22 agosto, l’aumento dei contagi è solo dello 0,15%. Di seguito il grafico che mostra la curva dei contagi in percentuale rispetto ai tamponi giornalieri eseguiti, dal 1° marzo 2020 al 22 agosto 2020.

Dati aggregati Regioni/PPAA – Ministero della salute – Istituto Superiore di Sanità

Quanto sono “piene” le Terapie Intensive?

Tante purtroppo le false notizie, poi smentite, che le terapie intensive stanno tornando a riempirsi a causa della curva di contagio in aumento; forse per giustificare, inutilmente, i milioni di euro spesi per la creazione di nuovi posti di terapia intensiva. La matematica mostra però una situazione differente. Interessante osservare la percentuale di ricoverati in terapia intensiva rispetto ai positivi: al 22 agosto solo lo 0,38%. Sarebbe quindi semplice allarmismo dire che stiamo tornando alla situazione di alcuni mesi fa, quando la percentuale ha toccato valori dell’8,8%. Il grafico mostra chiaramente una curva in costante decrescita e prossima allo zero.

Dati aggregati Regioni/PPAA – Ministero della salute – Istituto Superiore di Sanità

Decessi in costante calo

Tantissimi sono stati i genitori, i nonni, i fratelli o gli amici rimasti vittime dalla pandemia di Covid, ma non si può vivere nel terrore. La curva dei contagi ha un trend leggermente positivo, ma la curva dei decessi decisamente no. Ad oggi il tasso di mortalità a causa del Coronavirus è pari allo 0,02% dei positivi. Ma attenzione, di questo 0,02% di deceduti: il 61,8% avevano 3 o più patologie pregresse, il 20,4% altre 2 patologie, il 13,9% un’altra patologia e solamente il 3,9% erano pazienti sani.

Dati aggregati Regioni/PPAA – Ministero della salute – Istituto Superiore di Sanità

Il rischio matematico

Rispettando le regole anti contagio imposte dal Governo, le possibilità di morire di Covid-19 in Italia sono davvero remote, se non avete altre patologie. Per sdrammatizzare un po’, considerate che è matematicamente più probabile indovinare i 6 numeri del Superenalotto per diverse estrazioni consecutive che morire di Sars-Cov-2, se non avete importanti patologie pregresse. Per dare un ultimo dato numerico, la percentuale di morti a causa del Coronavirus il 22 agosto (ultimo dato disponibile), ovvero 3, è pari allo 0,000005% della popolazione italiana. Rispettare le regole ed evitare che la curva pandemica non risalga è importante, ma non farsi prendere dall’ansia e dalla fobia del Covid è fondamentale.

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Nuove pandemie? No, grazie. Interveniamo all’origine

Prevenire nuove pandemie non è una strada costosa, e una reale necessità per salvaguardare la specie umana.

Esistono efficaci piani di prevenzione contro possibili nuove pandemie. Reprimere il commercio di specie selvatiche e contenere la deforestazione sono i punti fondamentali di uno studio condotto da un team di ricercatori statunitensi e pubblicato sulle pagine di Science.

Il costo, dell’intero programma decennale di prevenzione, si aggirerebbe mediamente sui 265 miliardi di dollari. Una cifra che rappresenta appena il 2% di quanto l’economia mondiale ha perso a causa dell’emergenza Covid-19.

I punti chiave della prevenzione

In accordo con il pensiero di Giorgio Vacchiano, ricercatore forestale italiano di fama internazionale, la strategia vincente per prevenire nuove pandemie si basa su pochi punti chiave:

  • la fine del commercio di carni selvatiche, presente soprattutto nei wet market cinesi;
  • sorveglianza e controllo dell’emergere di malattie nella fauna selvatica e domestica;
  • un attento monitoraggio del traffico illecito di animali selvatici;
  • ridurre almeno del 40% la deforestazione e il frazionamento delle foreste vergini.

Sars-Cov-2, sebbene non ancora confermato scientificamente, potrebbe essere proprio di una zoonosi (malattia che si trasmette dagli animali all’uomo). Questo potrebbe far riflettere sull’importanza di questi punti chiave, che fino ad oggi, non hanno mai ricevuto la giusta attenzione, né sufficienti finanziamenti necessari affinché gli interventi tentati fossero efficaci.

“Il maggiore investimento – precisano i ricercatori – sarebbe quello per mettere fine al commercio di carni selvatiche in Cina (19,4 miliardi di dollari all’anno), per compensare la perdita dell’intero indotto”.

Ci spiega meglio Giorgio Vacchiano: “la sorveglianza ed il controllo delle malattie in animali selvatici e domestici è fondamentale per ridurre al minimo il rischio di spillover (salto di una malattia dall’animale all’uomo). Mentre la salvaguardia delle foreste vergini, come luoghi incontaminati, serve a proteggere l’habitat naturale di specie che sono serbatoi di virus potenzialmente pericolosi per l’essere umano. Anche il solo frazionamento di queste foreste è pericoloso, in quanto può portare l’uomo in contatto con nuovi virus, anche sconosciuti, e costringere animali selvatici a spostarsi verso aree urbanizzate”.

Un appello della comunità scientifica

Questo studio è anche un appello dell’intera comunità scientifica verso i Governi e le Organizzazioni Non Governative di tutto il mondo. I finanziamenti per i progetti ambientali e socio-culturali, volti a migliorare la salute del pianeta, hanno un’importanza cruciale per salvare noi stessi.

Andrew Dobson, Professore di Ecologia e Biologia evolutiva della Princeton University, coordinatore del team che ha condotto lo studio, ha dichiarato: “È ingenuo pensare alla pandemia di Covid-19 come a un evento che capita una volta ogni 100 anni. Tutto ciò che stiamo facendo all’ambiente, non fa che farle emergere più velocemente, proprio come accade per i cambiamenti climatici”.

Stuart Leonard Pimm, biologo americano-britannico ed ecologo teorico specializzato nella ricerca scientifica sulla biodiversità e la biologia della conservazione ha aggiunto: “Gli investimenti nella prevenzione potrebbero essere la migliore polizza assicurativa per la salute umana e l’economia globale in futuro. Potremmo fermare le future pandemie prima che inizino”.

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Continua la protesta all’Arco della Pace di Milano – Paolo Polli chiede regole certe e sostegno economico dal Governo

Il 53enne titolare di 5 locali, tra i quali Ambaradan e BQ, facente parte del comitato Ho.re.ca Lombardia, ritiene “ingiusti” i verbali da 400 euro commissionati per assembramento dalle Forze dell’Ordine, a lui e ad altri 15 esercenti, mercoledì 6 Maggio, durante il flash mob per lanciare un segnale alle istituzioni: “Non vogliamo riaprire in queste condizioni, chiediamo aiuto alle istituzioni”. Polli chiede l’annullamento delle sanzioni “sia perché non c’era assembramento, in quanto eravamo tutti distanziati, sia perché penso ci debba essere buon senso”. A tal proposito ha cominciato uno sciopero della fame, e non intende abbandonare la piazza, nemmeno di notte, dove dorme in un sacco a pelo, sdraiato su un tappetino da Yoga.

Video integrale della chiacchierata con Paolo Polli durante la notte di Giovedì 7 Maggio

Il ristoratore spiega: “non possiamo permetterci e non vogliamo riaprire, sono di gran lunga superiori le spese fisse rispetto agli incassi che potremmo avere con le limitazioni che ci vengono imposte a causa del Coronavirus – e prosegue – ad oggi già 1 esercente su 5 ha riconsegnato le chiavi degli immobili in affitto e non riaprirà più; basti pensare che il Comune di Milano ci richiede comunque il pagamento delle imposte di occupazione di suolo pubblico e di nettezza urbana, anche per i 3 mesi durante i quali siamo rimasti chiusi. Un altro grande problema è dato dalla cassa integrazione per i dipendenti – dice inoltre Polli – che è stata ricevuta solo da pochi esercenti, e comunque, per non più del 30% degli stipendi; ai miei ragazzi, ne ho 38 distribuiti nei miei locali, sto dando io quello che posso di tasca mia, ma non posso continuare cosi”.

Polli, dichiara infine, che rimarranno chiusi finché il Governo non darà regole certe ed un concreto sostegno economico.