L’assurda divisione dell’Italia in Regioni colorate

La situazione dei positivi in tutta Italia pare non essere chiara e molti cittadini sollevano il dubbio che l’assegnazione dei colori non rispetti i dati reali sull’epidemia

La recente firma del DCPM del 14 gennaio ha destato non pochi dubbi sull’assegnazione delle fasce di rischio delle rispettive Regioni. In molti si domandano il motivo per cui alla Lombardia sia stata designata la zona rossa quando i dati nazionali suddivisi per Regione lascerebbero intendere altro.

La situazione in Lombardia

La Lombardia è stata etichettata come “zona rossa” in base al famoso indice R(t), ovvero l’indice calcolato in base ai dati raccolti dalle varie ASST territoriali e convogliate al centro di raccolta dati. Da quanto si evince dai dati stessi e dalle dichiarazioni pubbliche del Governatore della Lombardia, tale decisione sarebbe però discutibile: secondo le informazioni in possesso da Regione Lombardia i dati utilizzati per il calcolo sarebbero del 30 dicembre e non del 16 gennaio.
Attilio Fontana stesso ha comunicato, in una intervista rilasciata il 16 gennaio alla trasmissione Pomeriggio Cinque, che la Regione si opporrà, facendo ricorso al TAR del Lazio, contro la decisione presa dal Ministero della Sanità.

Lombardia a confronto con altre regioni

Ad avvalorare la tesi che la gestione dei dati ed il calcolo dell’indice (Rt) non siano così attendibili si aggiungono i numeri stessi dei contagi in altre Province e Regioni d’Italia.

L’Italia a confronto: a sinistra le Regioni colorate dal Governo, a destra le Province colorate da GediVisual

Dai dati pubblicati dall’osservatorio GediVisual possiamo agevolmente far notare alcuni esempi.

La Provincia di Roma, che conta 4.253.314 abitanti, ossia  il 73,89% della popolazione dell’intera Regione Lazio, è la Provincia con il tasso di positivi più alto d’Italia, con ben 1.282 nuovi positivi. Tuttavia il Lazio, che il 16 gennaio contava un totale 74298 positivi, ovvero l’1,27% sulla popolazione, rimane in “zona arancione”.

Spostandoci in Campania, nelle stesse 24 ore, si sono registrati 1.132 positivi, (592 solo nella provincia di Napoli, la quale si vede in una situazione peggiore alle province di Milano e Torino). Sommando il totale dei positivi delle altre Province campane, otteniamo un totale di 74066 positivi, ovvero l’1,30% di positivi sulla popolazione totale. Eppure accolta in “zona gialla”.

Anche il Veneto non è in una situazione felice: sempre il 16 gennaio, la Provincia di Venezia ha registrato 456 nuovi casi raggiungendo un totale di 47.039; per quanto riguarda invece tutta la regione Veneto i nuovi casi sono stati 1929 che, sommati agli altri, portano il Veneto ad un totale di 72371, quindi il rapporto tra positivi e popolazione è dell’1,48%. Questo dato però, secondo il Governo, permette alla Regione Veneto di essere “zona arancione”.

Infine, prendendo i dati della Lombardia, attualmente “zona rossa”, notiamo che i nuovi casi della provincia di Milano il 16 gennaio erano 729, con un incremento regionale di 2134 nuovi casi, che portano il totale dei positivi in Lombardia a 57998. Facendo il rapporto sulla popolazione, che ricordiamo essere la più numerosa a livello nazionale, la percentuale di positivi sul totale degli abitanti è uguale allo 0,58%.

Dati “sporchi” e problematica del “ritardo” nel calcolo dell’indice R(t)

In definitiva, alle regioni vengono assegnati i tre differenti colori in base a questo misterioso indice R(t), che può però essere calcolato con diversi algoritmi, e risultati matematicamente corretti, ma completamente differenti.

Carlo Cottarelli e Giulio Gottardo nella loro analisi, pubblicata sul sito della Università Cattolica il 18 novembre scorso, spiegano che “c’è un problema che riguarda “il ritardo” delle stime dell’Rt. Ragionevolmente, l’ISS utilizza dati “consolidati” sul numero di contagiati. Il consolidamento consiste nel correggere i numeri dei nuovi casi (sintomatici) per tenere conto di tutte le particolarità nel tempismo della loro registrazione e comunicazione. Inoltre, da questo totale si sottraggono anche i cosiddetti “casi importati”, per evitare di gonfiare erroneamente l’Rt di una regione (o del paese intero). Queste operazioni di consolidamento ed esclusione richiedono diversi giorni, facendo sì che l’Rt disponibile sia al massimo quello della settimana precedente“.

Il fisico Giorgio Sestili spiega che “il calcolo dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare utilizza una formula più classica, rispetto all’ISS, considerando la totalità dei casi e dei guariti, ma genera una sovrastima perché il dato dei guariti è molto sporco, con percentuali che variano da regione a regione; calcolando i soli sintomatici l’Iss elimina il rischio di una sovrastima, ma ottiene una sottostima”.

Recentemente si legge inoltre su diverse testate nazionali e pubblicazioni scientifiche che alcuni esperti hanno messo in dubbio l’affidabilità dei dati utilizzati per il calcolo del cosiddetto “indice Rt, presentando diversi problemi, dovuti alla qualità dei dati utilizzati per calcolarlo.

Dall’Rt alla logica del Governo

Al di là delle complesse formule matematiche, ogni persona dotata di un minimo di intelletto capirà che nella provincia di Milano i casi siano più significativi che nella provincia di Isernia, semplicemente per via della popolazione e soprattutto della densità di popolazione della prima rispetto alla seconda.

Quello che il Governo non sta invece calcolando nella maniera più assoluta, è l’incidenza e le conseguenze sulle attività commerciali e produttive. Una valutazione dei dati sommaria sulla quale si basano DPCM disordinati, con repentine variazioni che gravano, con perdite di introiti, a commercianti ed imprenditori. Una sequenza, che dura da ormai 10 mesi, di chiusure forzate che poi, forse inaspettatamente, non danno i risultati sperati. In molti, alla luce dei dati pubblicati da diversi enti, iniziano a chiedersi il senso logico dei continui atti amministrativi, senza valore di Legge, con cui il Governo vorrebbe salvarci dalla pandemia.

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